Pubblicato in: Portfolio

Il fatto è che ho fame.

“Aspetta almeno fino alle 10. Aspetta almeno fino alle 10. Aspetta almeno fin….”

Il fatto è che ho fame.

E all’inizio di questo stagismo-pendolarismo-lavorofuoricasa pensavo che la cosa, prima o poi, sarebbe passata. Che lo stomaco si sarebbe ristretto. Sì, insomma, che con il passare dei giorni mi sarei abituata a vivere con una mezza colazione buttata giù a forza all’alba, un misero pranzo al sacco consumato dopo 7 ore, e nient’altro fino a sera. In fondo, c’è gente che vive anche con meno ed è comunque felice. Credo.

Mi vedevo già snella e perfetta per la prova costume (che comunque poi non ci sarebbe stata, dovendo io lavorare anche tutta l’estate, ma questa è un’altra storia).

Lo pseudo-digiuno mi sembrava una cosa possibile nei primi tempi e anzi, a tutti gli effetti, nei miei primi giorni qui, vuoi per l’euforia, vuoi per il non capire ancora bene dove mi trovassi e se una pausa potesse essere causa di licenziamento, io credo di aver davvero mangiato meno. Almeno un poco meno. La definirei la mia fase stecchetto che è durata, tipo, per il primo mese.

A quanto pare, però, lo stomaco non ha capito l’antifona e sospetto che, invece di chiudersi, abbia comunicato al cervello di resistere il più possibile, ma solo per la durata dell’orario lavorativo, per poi spingermi a mangiare senza fine una volta arrivata a casa. Tipo : “sta’ tranquillo, the best is yet to come!”.

È dunque iniziata, insieme al secondo mese di lavoro, una seconda fase di resistenza giornaliera e strafogamento serale. Una fase di “cene come unico obiettivo di vita”. Di rimproveri a Pilush (ehi, a proposito, non vi ho ancora mai parlato di Pilush?) qualora non avesse preparato un pasto completo, dall’antipasto al dolce, e non avesse azzeccato esattamente la mia voglia culinaria giornaliera e l’orario di arrivo del mio treno, in modo da farmi trovare tutto ciò che desideravo, in tavola, al mio ingresso in casa, senza soluzione di continuità. La serata, così, diventava un momento idilliaco. La giusta ricompensa dopo una giornata di stenti.

Ora. Il problema è che, entrata nel terzo mese di lavoro, a quanto pare, è cominciata anche una terza fase che chiamerei, per comodità, fase di fame assoluta.

Non c’è più cena, pranzo o colazione che valga la pena di essere aspettata. La fame ormai è a ogni ora del giorno: dal momento in cui esco di casa, a quando mi metto a letto. Quando salgo in treno, appena arrivo in ufficio, a metà mattina e a metà pomeriggio, mentre, in bici, corro in stazione e mentre sto tornando a casa. Non c’è istante in cui io non sogni del cibo. Il mattino lo passo sognando il pranzo e il pomeriggio sognando la cena e, non resistendo più fino a quei momenti, prima di cedere al suicidio-da-macchinetta – che comunque, come morte, non sarebbe stata male – ho deciso di attrezzarmi: wafer, biscotti, gallette di mais, cracker, caramelle, succhi di frutta, la mia borsa ora è un campo di battaglia e io non vedo l’ora di scendere a combattere!

Mi sono solo imposta, per ciascuna mattina, di non dare il via alle danze prima delle dieci. I motivi di questa sofferta decisione sono semplici: il primo è che Cilàn non approverebbe, dato che c’è del lavoro da fare e soprattutto dato che, poi, servirebbero venti delle sue corsette per smaltire. Il secondo motivo è che, iniziando subito a mangiare, le scorte non mi basterebbero mai fino a sera e questo sì che sarebbe la morte!

“Aspetta almeno fino alle 10. Aspetta almeno fino alle 10. Aspetta almeno fino a…”

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(Che poi, lo stage durerà sei mesi…e, a questo punto, non oso nemmeno immaginare la quarta, la quinta e la sesta fase.)

 

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Autore:

Stagista a tempo pieno. Giura che non se lo meritava.

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