Pubblicato in: Portfolio

Soli in pausa pranzo

Che Pilush sia partito – per lavoro e per interminabili giorni – lo sapete. Che Romtas sia sparito chissà dove e per chissà quanto, anche. Oggi però c’è una novità, manca anche Cilàn. Quasi un mese fa si è fatta male a un piede e ora il medico le ha prescritto un ciclo di terapia da fare ogni lunedì. E così stamattina sono arrivata e ho trovato l’ufficio deserto.

E ok, uno potrà pensare che quando i gatti non ci sono, il topo balli. E, in effetti, le prime volte in cui accade, è un po’ così: ti ritrovi sola in questo regno e cominci ad aprire qualche cassetto scoprendo meravigliosi elementi di cartoleria di cui neanche sapevi l’esistenza, cominci a stampare qualche cretinata con la fotocopiatrice e fai esperimenti con il vivavoce del telefono. Però ecco, quando ai primi di luglio, dopo la sveglia all’alba, dopo le consuete due ore di treno regionale, con 35 gradi all’ombra, si arriva per l’ennesima volta in un ufficio vuoto, senza nulla di preciso da fare e con davanti 8 interminabili ore da riempire, beh ecco, non c’è pinzatrice o mangia-documenti che sia divertente abbastanza da non farti sperare che tutti i gatti, anche quelli feroci, possano tornare presto.

Comunque, ho passato la mattinata tra questi pensieri, rispondendo a qualche telefonata e inviando qualche mail. Verso l’ora di pranzo poi, non so neanche bene per quale motivo, forse semplicemente per evitarmi la spasmodica ricerca quotidiana di una panchina all’ombra, ho deciso di temporeggiare alla scrivania, pensando che se dagli altri uffici se ne fossero andati tutti (e se dall’ufficio AEIOU-Y non avessero organizzato qualche festa delle loro), il pranzare comodamente seduta alla mia sedia, in una sede deserta, potesse diventare il tocco più originale e entusiasmante da poter dare a questa giornata.

E in effetti, verso le 13, tutto intorno ha cominciato a svuotarsi. Tutti, piano piano, in gruppetti o singoli, a mani vuote, o con la ciotola appena scaldata al microonde, hanno iniziato a dileguarsi, lasciando porte e finestre aperte a creare una bella corrente spontanea, nulla a che vedere con l’aria polverosa del mio condizionatore.

Così, soddisfatta per la mia scelta, sono uscita dall’ufficio e ho cominciato ad aggirarmi per questo regno deserto e completamente a mia disposizione, ‘chè, se solitudine dev’essere, che lo sia almeno in grande stile!

Ho imboccato il corridoio in direzione del bagno (per lavarmi le mani prima di dedicarmi alla misera torta salata che mi sono preparata ieri, da sola, a casa, dato che Pilush non c’è, e non mi avrebbe preparato il pranzo, e neanche la cena, e neanc…ok, ok, la smetto). Insomma, ho imboccato il corridoio mirando al bagno, quando, dal silenzio irreale di quegli uffici, tra la corrente che faceva sbattere ogni tanto il vetro di qualche finestra, non ho cominciato a sentire il suono quasi celestiale – se non fosse stato per i fischi, e anche per le stonature –  di un flauto.

Ma come? Eppure credevo di essere sola. Che si potesse sentire così bene un suono proveniente da una delle case di fronte? Beh, poteva essere. Oppure da una di quelle a fianco. In fondo siamo in centro e abbiamo palazzi tutto intorno. Eppure mi sembrava strano, il suono sembrava così nitido. Ok, magari era il caldo, magari stavo cominciando a sentire le voci….

Ho continuato a percorrere il corridoio, facendo finta di niente, ma più mi avvicinavo al bagno, più il suono si faceva chiaro. In giro non c’era più nessuno. Per un attimo ho pensato che questa – con gli uffici deserti, il flauto in sottofondo, e io nel corridoio da sola – sarebbe potuta essere una perfetta scena da film dell’orrore (prima di farmela sotto ho deciso di cambiare pensiero). Passando ho buttato un occhio in qualche stanza, ma non ho trovato niente. Ho pensato allora di accelerare e che sarebbe stato meglio raggiungere il bagno in fretta e tornarmene subito alla mia postazione e alla mia torta salata.

Accanto al bagno c’è uno sgabuzzino con delle scope. Ci sono entrata solo una volta, per sbaglio, cercando il tecnico del computer. Per il resto, avevo proprio rimosso la sua esistenza. Passandoci davanti oggi invece, durante l’accelerata, ho notato che la porta dello sgabuzzino era l’unica del piano ad essere rimasta chiusa. Così ho provato ad avvicinare l’orecchio e ho scoperto che, a tutti gli effetti, il suono fischiettante proveniva da lì.

Ma chi poteva mai essere? Che la signora delle pulizie avesse scoperto una propria vena artistica e stesse facendo pratica? Ho avvicinato l’orecchio ancora un po’ cercando di cogliere chissà quale indizio, quando improvvisamente e con un bel fischio finale, il suono si è interrotto e la porta si è aperta facendo uscire un omone alto, in giacca e cravatta. Era il capo dell’ufficio AEIOU-Y e teneva effettivamente in mano un flauto traverso.

“Oh, scusi, credevo non fosse rimasto più nessuno.”

“Beh, neanche io.” ha risposto lui un po’ imbarazzato.

“Ma continui pure, si figuri!”

Lui ha accennato un sorriso e si è richiuso dentro allo stanzino. Io mi sono lavata le mani e me ne sono tornata nel mio ufficio, dalla mia torta salata che ho addentato al ritmo stridulo di quella musica, pensando a come ognuno, i propri momenti di solitudine, se li goda un po’ a modo suo.

soli.gif

Annunci

Autore:

Stagista a tempo pieno. Giura che non se lo meritava.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...