Pubblicato in: Portfolio

“Bevi la coca cola che ti fa bene.”

Ieri sera sono stata al concerto di una cover band nazionale.
Premetto che io, del cantante in questione, devo essermi persa gli ultimi vent’anni di successi. Sono ferma al suo pezzo di esordio e per me tutta la sua opera magna avrebbe potuto concludersi con quella canzone.

Il resto è l’inferno.

Nel campo ci saranno duemila persone. Che dico, duecentomila persone! La folla è talmente fitta che per raggiungere la mia amica devo fare a gomitate e scavalcare un paio di tipi. Lei, naturalmente, ha deciso di mettersi al centro, sotto al palco. Il posto più comodo.

Sul palco troneggia una Big Band composta da cinque signori attempati di cui un batterista, un chitarrista con la chitarra dal manico mozzato, un bassista, un sassofonista e un uomo con trenta centimetri di pizzetto rosso che si biforca formando due punte. Quattrocento anni in cinque. Oltre a loro, in un angolo, una bella ragazza con un copri spalle di finta pelle che spalanca la bocca davanti ad un microfono. Quello che canta non posso sentirlo dato che le casse – un milione di watt di potenza – sparano tanto in là che lì sotto, dove sono io, arrivavano solo i bassi.

E poi c’è lui. Tarchiato, la cinquantina l’ha passata da un po’, testa pelata, occhiali da sole. Il vestito cambia di canzone in canzone, dalla canottiera alla giacca alla Matrix. Il cappello rimane sempre quello. Verde militare, squadrato, con visiera. Vasco.
Lo sguardo verso l’orizzonte, i movimenti stereotipati. Ondeggia sui talloni a ritmo e nel frattempo agita le mani davanti a sé, seguendo incomprensibili traiettorie fisse da trent’anni a questa parte (la cover band nasce nel 1984, lo leggo nello striscione gigante che fa da sfondo al tutto).

Le canzoni si susseguono una dopo l’altra, non troppo velocemente. Finisce la prima e inizia quella dopo, a mio parere del tutto identica. Il verbo “vivere” la fa da padrone. La melodia in realtà non la sento molto bene (per lo stesso motivo per cui non sento la cantante ma anche perché sono stregata dai gesti impensabili di Vasco). Chitarrista e bassista si agitano e cambiano posizioni continuamente mentre Mr Capretta dal pizzetto rosso di tanto in tanto impugna il microfono e diventa speaker, i fotografi ufficiali del gruppo scattano all’impazzata e Vasco sfila sulla passerella (sì, c’è anche la passerella) sfiorando le mani dei suoi fan.

In tutto questo, io continuo a fare a gomitate per non soccombere. Gli altri saltano e urlano e io, io lo farei, se solo conoscessi qualche canzone.

“Siamo vivi, domani chi lo sa, te la prendi te la responsabilità!”.

Mi giro. Il vasto pubblico di questa serata surreale si divide in due categorie di età. Dai diciotto in giù. Dai quaranta in su.
Entrambe le categorie, senza alcuna distinzione, agitano le mani al cielo come se stessero invocando una qualche divinità e urlano a squarciagola le parole di quelle sconosciute canzoni. Gli appartenenti alla seconda categoria intervallano a tratti le urla facendo video con fotocamere e cellulari, quelli della prima infilandosi la lingua in bocca a vicenda.
Davanti a me un signore sulla sessantina, con il codino, urla e salta come se non ci fosse un domani. Ad ogni salto il suo codino mi arriva in faccia e io lo spingo. Solo per legittima difesa, è chiaro. Lui nemmeno se ne accorge.
Mi chiedo se qualcuno degli agitatissimi che mi circondano si ricordi che il tarchiatello sul palco non è il vero Vasco (!). Credo proprio di no.

Mentre schivo il codino da davanti, alla mia destra parte la rissa. Un giovane della categoria dei diciottenni, ormai completamente afono, saltando ha “ripetutamente calpestato” la signora sulla quarantina, appartenente dunque alla categoria opposta, che gli stava davanti e che ora molto infastidita rivendica lo “spazio vitale” che, a suo dire, si era conquistata in quel metro quadro a ridosso del palco. In appoggio alla signora una montagna di uomo in camicia. In difesa del giovane altri due o tre pischelletti, naturalmente già afoni anch’essi.
Non vedendo una soluzione immediata, il bruto in camicia afferra il giovane per il bavero mentre la signora ferita gli urla in faccia che “giovanotto, devi smetterla di fare il pazzo!” e il tipo davanti a me, con il codino, decide di avvertire il ragazzo della sicurezza che si trova vigile, auricolare all’orecchio, dietro ad una transenna.

A questo punto io e almeno altre dieci persone intorno, dopo aver ormai completamente abbandonato Vasco al suo concerto, seguiamo la discussione e aspettiamo l’intervento del bodyguard. La saggia guardia però, scavalcata in un attimo la transenna, invece di fiondarsi da solo sui pericoloso litiganti (sì, stiamo parlando sempre di un diciottenne e di una signora ultra quarantenne) decide di chiamare, con l’auricolare, i rinforzi, i quali compaiono velocissimi facendosi largo fra la folla. Il metodo è quello tradizionale: gomitate.
I tre nuovi arrivati più la guardia iniziale cominciano a consultarsi sul da farsi. Nel frattempo signora e ragazzo hanno già fatto pace da soli e ripreso ad urlare, mentre il cantante, incurante di tutto, continua a dire che “vivere sarà sempre meglio”.

Io mi agiterei volentieri a ritmo, pur continuando a non capire cosa ci faccio lì, se non fossi troppo impegnata a schivare il solito codino del tipo davanti.
Guadagno un po’ di spazio indietreggiando e passando un braccio intorno alle spalle della mia amica, lasciando naturalmente l’altro braccio libero di pogare e – all’occorrenza, – di allungarsi in avanti per raggiungere la mano di Vasco in passerella. Ho trovato un equilibrio, ne sono convinta. Non mi resta che aspettare l’unica canzone che conosco per potermi finalmente mischiare alla massa urlante. Sono qui già da più di un’ora e penso che prima o poi la deve fare per forza la mia canzone, quando ricevo una botta fortissima alle spalle.

Mi giro ormai al limite delle forze e trovo un ragazzo completamente ubriaco che, con la faccia da ebete e a petto nudo, barcolla tra le persone. È tutto sudato. Con una mano fa girare sopra la testa, a modi lazzo, la maglietta nera che si è appena tolto e che mi arriva sulle braccia tipo frusta. Nell’altra tiene una sigaretta accesa e, nel suo barcollare, mi fa arrivare sulle braccia anche quella. Sono in trappola.

L’ubriaco, alle richieste di allontanamento da parte delle persone intorno risponde con un abbraccio bagnato. I bodyguard fanno palesemente finta di non vedere dopo che si sono scomodati poco prima per niente. Vasco de noi atri nel frattempo ha lanciato il suo cappellino militare al diciottenne della rissa, mostrando la testa pelata in tutta la sua lucentezza. Poi l’ha prontamente sostituito con un berretto nero e ha ricevuto, sul palco, un paio di reggiseni lanciati da due tipe formose al di là della passerella (devono essere sempre tra quelle convinte che sia il vero Vasco).

“Vivere insieme a me, hai ragione ragione te..”

La ragazza al microfono continua a cantare in silenzio e il capretta roscio a fare lo speaker. I fotografi scattano all’impazzata sulla folla. Il codino mi sbatte in faccia. Il diciottenne, fiero con il nuovo cappello conquistato, mi salta sui piedi prendendosi il MIO spazio vitale dopo aver restituito il suo alla signora rissosa. L’ubriaco mi sventola la maglietta in faccia avvicinandosi pericolosamente con il suo pancione nudo e gonfio di birra e peggio ancora con l’ascella sudata. Una cicciottina occhialuta prova a spingerlo. Vasco continua ad urlare. Ed io a sentire solo i bassi. Non conosco neanche questa. Sono passate due ore. Voglio andare a casa.

Da dietro arriva di corsa un nuovo ragazzo dalla maglia bianca che ingenuamente pensa di conquistare il posto sotto al palco e che spinge quarantenne e diciottenne ad una coalizione nuova per combattere l’imminente pericolo comune. Il codino continua a sbattere, il bodyguard non da più segni di vita. Vasco sta cantando qualcosa sulla coca cola che fa digerire e con lui le duemila persone intorno a me continuano a urlare in coro “coca cola!” “coca cola!”. Io vorrei solo scappare lontano, mi sembra ormai tutto talmente surreale, ma non posso andarmene. La traversata richiederebbe altre spinte, insulti e gomitate e non ho più le forze. Il codino in faccia, l’ubriaco che salta, il diciottenne che urla, la mia amica che nel frattempo ha iniziato ad inveire random contro chiunque la urtasse, tutti che cantano a squarciagola, i bodyguard, i fotografi, fino a che….eccola.

Dopo averla annunciata niente poco di meno che con tre cannoni spara coriandoli, l’orchestra intona un’intro famigliare. L’ubriaco afferra delle stelle filanti in caduta, me le passa allegro intorno al collo e mi abbraccia, poi inizia un unico coro. Duecento persone all’unisono per il pezzo che chiude ogni concerto di Vasco.

“Respiri piano per non far rumore..”

E io, finalmente, la so!

 

 

E soprattutto, finalmente, potrò andarmene a dormire.

 

 

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Autore:

Stagista a tempo pieno. Giura che non se lo meritava.

8 pensieri riguardo ““Bevi la coca cola che ti fa bene.”

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