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Ritorno a Lavorandia

Passate le due misere settimane di ferie estive, con la loro sfiga rinnovata e i loro concerti fra gente sudata e esaltata, non mi resta che tornare a scrivere qualcosa sulla mia tragica condizione di stagista, che poi è il motivo per cui questo blog era nato (ed è anche il motivo per cui fra un mese, allo scadere del mio stage, queste pagine si autodistruggeranno).

Dunque, dicevo, le vacanze sono durate due settimane e sono state più veloci di un ghiacciolo che si scioglie al sole, di un’onda che si porta via un castello di sabbia, dell’attimo in cui un piccione prende la mira e decide di cacarti in testa. 

Sì insomma, soprattutto per chi nella vita ha sempre avuto tre mesi pieni di ferie estive, queste ultime vacanze sono volate. E così, in men che non si dica, fra bagagli, traffico, e ritardi, eccomi tornata a Lavorandia.

Di Lavorandia non ho mai scritto prima e non è stato un caso. È stato proprio che mi è mancata la voglia. Perchè Lavorandia fa questo effetto. Un effetto che chiamerei “uff!”. Ecco sì, Lavorandia se la crede talmente tanto che a un certo punto ti viene lo sbuffo automatico, un “uff!” che vuol dire proprio “Eddai, Lavorandia, rilassati un po’!”.

Però Lavorandia non lo fa. Non si rilassa mai. Lavorandia è una città che corre, che deve stare al passo con i tempi, che anzi li deve precedere, i tempi. Uff!

A Lavorandia vanno tutti veloci. Tipo: il verde ai semafori dura molto meno che nelle altre città. Giuro. Si deve correre se si vuole attraversare la strada, correre per uscire dalla stazione, correre per prendere il treno, correre per prendere una bicicletta e anche per lasciarla. Correre ovunque, mentre si fa la spesa, mentre si fa shopping, mentre si beve un caffè al bar.

L’altro giorno ero per strada, mi sono girata e c’era una signora cieca, con il bastone dalla punta bianca. Era sul marciapiede, chissà dove andava. Comunque non camminava, correva anche lei.

E poi a Lavorandia si lavora, naturalmente. Tutti. Se no che Lavorandia sarebbe? Non esistono pause, non esistono orari, non esistono festività, né infortuni. A Lavorandia, se non devolvi la tua vita al lavoro, giorno e notte, non sei nessuno. Si corre e si lavora. Si lavora correndo. Velocemente si devono mandare mail e risolvere questioni. Velocemente si deve capire cosa il capo sta pensando, in modo da anticiparlo. Da batterlo sul tempo. Uff!

Keep calm? Slow Food? Take it easy? Che fretta c’era, maledetta primavera? Annullate ogni pensiero di questo tipo. Qui a Lavorandia, se sei lento, non ti rimane che una cosa da fare: soccombere.

Il lavoro nobilita l’uomo? Forse nel resto del mondo. Non a Lavorandia. A Lavorandia il lavoro è solo l’ovvia e necessaria conseguenza del suo essere nato. Non mira a nobilitare nessuno, non mira ad arricchire l’animo. Solo il portafoglio. Uff!

L’abitante-tipo di Lavorandia lavora tanto per guadagnare ancora di più. E poi, per dimostrare che ha lavorato tanto e guadagnato tanto, spende tantissimo. E quanto più la cosa in cui spendere è futile, più è segno di successo. Cene di gala da migliaia di euro, abiti dalla linea improbabile (ma mai quanto il costo), appartamenti di lusso, taxi e servizi, molti dei quali sconosciuti nel resto dei paesi del mondo.

Pensate che la vetrina di un negozio all’angolo espone, in tutto il suo splendore, una vasca idromassaggio…per bebè. La durata di utilizzo di un simile oggetto potete immaginarla. Il prezzo no, e ve lo risparmio.

L’efficienza a Lavorandia è tutto. Ogni cosa funziona alla perfezione. Non esistono code. Non esistono incertezze. Tutti sono addestrati perfettamente alla vita e eseguono i loro giorni in modo impeccabile. E costantemente in giacca e cravatta. Uff!

Le due settimane centrali di agosto sono l’unico periodo in cui gli abitanti di Lavorandia si concedono uno stop. Si chiudono gli uffici, la città si svuota completamente e tutti partono alla volta di un luogo gettonato, magari all’estero, ma più spesso al sud, un bel posto di mare in cui potersi spazientire perché in locali e osterie poco chic, gestiti da gente abbronzata e non elegante, si mangia come non si è mai mangiato prima, ma fra l’ordinazione e la prima portata, trascorrono più di dieci minuti.

Io ho sempre vissuto in campagna, sognando la città. Beh. Dopo gli ultimi 5 mesi trascorsi a Lavorandia, sto seriamente pensando di trasferirmi su un’isola deserta per dedicarmi a caccia, pesca e alla rottura di noci di cocco.

Per il momento però, come accennavo all’inizio di questo post, ho dovuto fare ritorno a Lavorandia.

Le due settimane di ferie sono finite. La città ha cominciato a ripopolarsi, gli uffici a riprendere i loro ritmi frenetici e la fedele Cilàn, lavorandiese doc, è tornata ad occupare, vigile e pronta, la scrivania di fronte.

Solo il Temibile Romtas è ancora in ferie. Ma lui può.

E io, io se avessi tempo continuerei ancora un po’ con questa dettagliata analisi socio-antropologica di Lavorandia e dei suoi usi e costumi.

Ma temo dobbiate scusarmi perché ora devo proprio correre a prendere il treno. Uff!

corricorricorri

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Autore:

Stagista a tempo pieno. Giura che non se lo meritava.

23 pensieri riguardo “Ritorno a Lavorandia

  1. Come sempre, mi sono divertito; in più mi è tornata in mente questa barzelletta, che a me è sempre piaciuta. Te la regalo volentieri.

    In Brianza, terra di lavoratori instancabili, un anziano mobiliere da tempo malato, sentendosi prossimo alla morte, chiama i figli al proprio capezzale: “Franco, Franco vieni qui, vicino a me…”.
    “Sono qua papà, teanquillo”.
    “Carlo, dov’è il Carlo?”.
    “Son qua, son qua…”, risponde anche lui.
    “E il Giovanni, dov’è il Giovanni?”.
    “Eccomi qui, tranquillo…”.
    “Bene, bene – risponde il vecchio, poi s’incupisce ed esclama – Ehi, ma in bottega non c’è nessuno?!?!”.

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  2. Mi piace tantissimo come riesci a parlare di un tema e di uno stato d’animo comune a molte persone in modo piacevole e divertente. Ti dirò una cosa di più su Lavorandia, se ci nasci ti da l’illusione di poter fare quello che vuoi e cresci pensando di poter raggiungere quel sogno del “Da grande voglio diventare”, ma alla fine ti ritrovi a correre come tutti per finire in un ufficio grigino e chiederti ogni volta “ma come ci sono finita qui?”

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    1. Posso immaginare. Figurati che vista dalla campagna Lavorandia sembra il centro del mondo. Un posto meraviglioso in grado di offrire qualsiasi cosa, in cui tutto è a portata di mano, tutto è facile e realizzabile. Certo, offre un sacco di opportunità ma io non vedo persone felici qui intorno. Forse bisognerebbe cominciare a farsi qualche domanda e valutare bene l’opzione di dedicarsi alle noci di cocco in cambio di una vita serena 😉

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  3. Ciao Doduck il segreto è sposare il capo e far lavorare lui così tu puoi goderti lentamente la vita!! 😀😀😀
    Scherzo, io al tuo contrario sono in continuo movimento, se mi fermo muoio, non ce la faccio a sedermi e rilassarmi, 😄😄😄 che dirti sono figlia di questa Lavorandia che non riesce a spegnere la spina. Dai che ce la farai, è solo l’inizio un po’ duro.
    Un grosso in bocca al lupo per il tuo stage 😉.

    Ps: grazie x essere passata dal mio blog 😉😉

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  4. non dargli retta, tutti matti quelli che lavorano 😋 Bisogna godersi la vita e percorrerla “lento pede” . Lascia perdere l’autodistruzione del blog che di distruzioni ne abbiamo gia’ tante (di ball…😉) mentre quel discorso di dedicarsi alla rottura delle noci di cocco mi piace assai. Ma, a proposito, chi e’ che ha tre mesi di ferie?

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    1. Eheh, io avevo tre mesi di ferie…finché mi dedicavo al gran ruolo di “studentessa”. Bei tempi quelli!
      Per le noci di cocco, bene…più siamo, più ci divertiamo! 😉

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  5. Io come te sono cresciuta in campagna (ma ora vivo felicemente in città, ma in periferia con vista mare :-)). Invece lavoro da 4 anni e mezzo x una grande azienda e ti assicuro k in questo breve periodo (anche se x me nn poi così tnt) ho visto davvero le peggiori cose, nelle grandi aziende è così, fai strada solo se annulli la tua vita in funzione del lavoro, x uno stipendio che con le colleghe definiamo scherzosamente sussidio, xk di fatto è quello che è. X quanto mi riguarda ti auguro di trovare un lavoro che ti appaghi davvero xk la vita è talmente breve k nn può essere sprecata appresso a qualcosa che non ci piace o non ci da soddisfazione. Io ci sto seriamente provando in vari modi, xke il pensiero di passare 40 anni in un ambiente del genere mi crea un gran dolore fisico e so di meritare di più! Quindi ti faccio tantissimi auguri di cuore! Ps se hai bisogno di aiuto x spaccare le noci di cocco chiamami 🙂 🙂 :-)!

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    1. Grazie! A quanto pare questa Lavorandia sta stretta a più persone di quanto credessi.
      Auguro anche a te di trovare un lavoro stimolante e appagante, in cui sia un piacere correre, strafare e dare il 1000 per 1000, non solo uno stupido dovere!

      Ps. Per quanto riguarda le noci di cocco, ti terrò sicuramente presente! Ma intanto goditi la tua casa vista mare, ché qui nemmeno quello! 😉

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      1. Ahahahah grazie! Mille ci spero tanto ho un mezzo progetto x le mani che spero mi possa salvare dall’odiata lavorandia 🙂 🙂 speriamo bene allora di nuovo tantissimi auguri, anche x il blog intanto, che non si sa mai k anche quelli hanno salvato un sacco di gente da brutti lavori aprendo le porte al successo:-) 🙂

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  6. Come t’ho già detto, quest’anno mi pesa di più del solito.
    Cmq nel tuo articolo hai descritto una serie di motivi, ma alcuni però dipendono da noi stessi: il consumismo, gli altri che corrono….
    Io…’fanculo, stavolta non c’ho proprio voglia…..
    Arrivo in ditta e mi dicono che l’aria condizionata è spenta (per volontà della direzione, non per problemi tecnici), vedo fogli A3 appiccicati alle vetrate per fare da tende para-sole, trovo decine delle solite email demenziali di capi intermedi che parlano di ciò che non sanno e sperano che i sottoposti siano più bravi di loro, ecc….
    Non ho voglia…! Chissà come andrà quest’anno. Speriamo non troppo male.
    Speriamo di riuscire a sopportare.

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