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Zucche sbilenche, Morti burloni e Santi mattacchioni

Spesso mi capita di legare determinati periodi dell’anno al ricordo che nella mia mente ho di quei giorni. Halloween, Ognissanti e il giorno dei Morti, per esempio, sono una triade molto apprezzabile e che mi risvegliano pensieri diversi.

Dagli zero ai dodici anni, per me quei giorni hanno significato giornate passate nella casa in campagna, giochi tra fratelli, primi caminetti accesi, passeggiate nel bosco e soprattutto regali. A tal proposito, a farla da padrone, fra i tre giorni di festa era sicuramente il 2 novembre. Le origini terroniche di Doduck vogliono infatti che nel giorno dei Morti, i defunti cari alla famiglia passino di casa in casa per lasciare doni e dolciumi ai più piccoli. Lo so, è un usanza strana e un po’ macabra. Insomma, una bella tradizione. I Cari Estinti inoltre – burloni, a quanto pare – erano soliti nascondere i regali negli angoli più remoti della casa e così, dopo una notte di trepidante attesa che neanche il ventiquattro dicembre o il cinque gennaio, il 2 mattina si correva in ogni stanza cercando felici tracce del passaggio dei morti. Una gioia, proprio!

Poi, a poco a poco, il significato della triade ha iniziato a cambiare. Quei tre giorni risultavano spesso essere un ponte salvifico dopo i due primi intensi mesi di scuola. Un momento in cui riposarsi, recuperare energie o, magari, spostarsi per l’Italia raggiungendo qualche parente. Verso i tredici anni, anche il 2 novembre ha cominciato a perdere vigore come festività, un po’ perché i Morti – sebbene vacui e immateriali – si erano, a quanto pare, adeguati alla medesima politica adottata, in quegli stessi anni, da Babbo Natale e dalla Befana, ovvero all’ormai siete grandi per i regali. Un po’ perché iniziava a far breccia nei nostri cuori una nuova celebrazione con la sua giornata ad hoc, il 31 ottobre, Halloween.

Halloween era iniziata come un’americanata che i genitori più tradizionalisti disconoscevano, ma si era poi presto rivelata in tutto il suo splendore: un secondo carnevale o addirittura una festa al pari di quella di inizio estate, a giudicare dal numero spropositato di cene di classe organizzate, chissà perché, proprio in quella serata e dal permesso, per una volta, di stare fuori fino a tardi (mezzanotte, non un minuto di più. Ndr). Halloween era il giorno in cui trascorrere ore a intagliare una zucca con pessimi risultati, in cui suonare campanelli chiedendo invano qualche dolcetto, sapendo di non avere abbastanza coraggio per rispondere eventualmente con uno scherzetto e in cui riguardare per l’ennesima volta Nightmare Before Christmas che più che di zombie e scheletri, faceva puntualmente venire una maledetta voglia di preparare l’albero di Natale. Insomma, era una festa troppo distante da noi per poterla capire. E ci piaceva tantissimo.

Negli ultimi due anni, invece, la triade ha assunto, almeno per me, un nuovo significato e il motivo è presto detto. L’anno scorso, era il 1 novembre, e con Pilush avevamo deciso di fare una gita dopo giorni di impegni ininterrotti. Così abbiamo raggiunto a piedi il parcheggio fuori città in cui avevo lasciato la macchina per evitare di prendere multe nella zona a traffico limitato sotto casa (ulteriori multe. Ndr). Nell’ultimo periodo eravamo stati molto impegnati e non riuscivamo a fare una passeggiata da un po’.

Potrete immaginare la gioia nello scoprire, una volta arrivati sul luogo, che la mia adorata Panda non c’era più. E con lei, le altre cinquanta macchine che erano parcheggiate intorno, ché ok faceva scongiurare l’ipotesi di furto (a meno che non si fosse trattato dell’opera di un ladro megalomane), ma non migliorava di molto la situazione. Al loro posto si era materializzato un allegro mercatino di Halloween, allestito in fretta e furia senza lasciare il tempo di accorgersi del cartello che, a caratteri cubitali, diceva che tutto ciò che si trovava in zona sarebbe stato brutalmente rimosso.

Così come potete immaginare la gioia, dopo aver definitivamente rinunciato alla nostra gita, e aver trascorso un paio di ore buone tra il trovare il numero del giusto reparto della polizia municipale di zona, aver capito quale fosse l’autofficina in cui veniva tenuta segregata la macchina, aver cercato un autobus che arrivasse fin laggiù, aver scoperto che quel “laggiù” era lontano e non servito dai mezzi, aver supplicato l’amico di turno di prestarci la sua macchina e aver raggiunto il luogo, dicevo, potete immaginare la gioia nel sentirsi dire che essendo un giorno festivo, avremmo dovuto pagare una sovrattassa per il ritiro della macchina, o eventualmente, ripresentarci l’indomani.

Ebbene, il fatto è che tutto questo – che io e Pilush avevamo catalogato banalmente come uno dei tanti episodi di sfiga stagistica – non saprei bene spiegare come, ma si è ripetuto esattamente uguale a se stesso e esattamente a un anno di distanza. Ieri, per l’appunto.

Certo, la città era diversa e il motivo era, semplicemente, un simpatico divieto di sosta camaleontico. Ma la Panda era la stessa, le conseguenze e l’epilogo della brutale rimozione anche.

E niente, scrivo tutto questo perché, a chi di dovere, vorrei dire che se per anni nella triade, per me, l’ha fatta da padrone il 2 novembre con la tradizione di famiglia e i suoi affettuosi Morti, giorno spodestato poi dal 31 ottobre con le sue zucche sbilenche e i dolcetti mancati, beh, si poteva trovare comunque un modo migliore per garantire la giusta attenzione e celebrare a dovere anche il primo novembre, Ognissanti, senza per forza farmeli nominare tutti, ogni anno, uno ad uno, questi Santi.

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Autore:

Stagista a tempo pieno. Giura che non se lo meritava.

3 pensieri riguardo “Zucche sbilenche, Morti burloni e Santi mattacchioni

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