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Terzo giorno di prigionia.

Nessuna buona nuova dal fronte.
Niente che dia speranza.
Nulla all’orizzonte.

Pilush si aggira per casa in pigiama. Barba incolta, l’odore dell’uomo vissuto, la faccia di chi sente il tempo sfuggirgli fra le dita. Di chi si annoia tanto. Troppo. Di chi smania per fare qualcosa. Qualsiasi cosa. Tranne una doccia.

Ciotti si aggira per casa con incertezza. Gattona un po’. Poi prova a mettersi in piedi, fa qualche passo e ricade giù sul pannolino sospirando come chi sa di aver scelto il momento storico sbagliato per provare a camminare. Che tanto non c’è posto in cui si possa andare.

A un certo punto la unenne, presa dallo sconforto, ha raggiunto a quattro zampe la doccia e me l’ha indicata con versi gutturali facendomi quasi capire di volersi fare un bagnetto.
Spontaneamente.
Assurdo.
L’ho messa a mollo confidando di averle trovato un bel passatempo.
Ha effettivamente giocato un po’.
Dopo esattamente 7 minuti e mezzo eravamo nuovamente senza idee.

L’unica specie di contatto con l’esterno è quello con le colleghe pazze che continuano a fissare videochiamate di lavoro per fronteggiare l’emergenza.

La stagista Capci condisce ogni videochiamata con una buona dose d’ansia rispetto a clienti da contattare, appuntamenti da rimandare e progetti da posticipare.

Satti è invece comparsa in video a gambe incrociate e con una statua di Buddha, di mezza grandezza, alle sue spalle. Dice che possiamo rivolgerci a lui per trovare la luce in questo buio.

La nuova responsabile Sisch oggi non poteva partecipare alla riunione virtuale.
Per fortuna.

Da qui è tutto.
Fiduciosa attendo l’inizio della prossima giornata.