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Quarantunesimo giorno di prigionia.

Il paesino dove sono nata e cresciuta, dove continuano a vivere i Doduck Genitori, e dove sto passando questi giorni di quarantena conta poche anime, piuttosto abitudinarie.

È uno di quei paesini italiani dell’entroterra in cui tutti si conoscono e tutti sanno tutto di tutti. In cui si nasce, cresce, e muore insieme, e così avanti di famiglia in famiglia. In cui c’è sempre qualcosa che non va, qualcuno con cui lamentarsi, qualche fazione con cui schierarsi. In cui la polemica è costante e puntualmente sull’orlo di esplodere senza farlo mai. Una di quelle realtà delicate in cui gli abitanti sono capaci di struggersi per tutta la vita ma, chissà poi come mai, di provare anche un enorme senso di appartenenza e un orgoglio patriottico che “guai a chi gli tocca la madre patria”!

Tale sentire del paesino in cui sono cresciuta esplode in particolar modo in alcuni momenti dell’anno in cui la popolazione, mettendo improvvisamente da parte pregiudizi e astio, si ritrova riunita intorno a ricorrenze fisse: le feste di paese.

Il potere comunitario di questo tipo di feste ha davvero una forza che ha dell’incredibile, tanto da suscitare sentimenti forti, inaspettati. Oserei dire, ai limiti della follia.

Le feste che caratterizzano la vita del paesino in cui sono nata, così come quelle che accomunano la vita di ogni paesino di simil fattezze, sono – in generale – eventi alla cui analisi, sociologi e antropologi potrebbero e dovrebbero dedicare più attenzione. Scandiscono la vita di chi vi abita, che vi si prepara per tempo e minuziosamente. L’intera cittadina viene addobbata e allestita per giorni, dando infine luogo a vere e proprie fiere di beltà. Tali eventi, al di là di alcune differenze peculiari tra uno e l’altro, sono infatti tutti l’occasione in cui sfoggiare il vestito nuovo, o un diverso fidanzato. In cui fare un pratico riepilogo di gossip e maldicenze, in cui ricordarsi perché si odi tanto vivere in un posto simile.

Al di là di questo sono poi, talvolta, eventi piacevoli. 

In generale, sono il fulcro della vitalità del luogo e sono dunque, tutte, ricorrenze molto attese.

Ce n’è poi una – fra le feste organizzate ogni anno dal comitato pro loco del paesino in cui sono nata e cresciuta – una che supera nettamente le altre per importanza, aspettativa e euforia.

Si tratta di una rievocazione storica che, grazie a un lungo corteo, vede tanti paesani partecipare in prima persona in veste di musici, concorrenti o figuranti. Ogni abitante che si rispetti vanta dunque, a prescindere dalla sua lunga o breve vita, l’aver preso parte a un buon numero di edizioni della festa.

E devo dire che anche io, per quanto la mia famiglia non sia autoctona e sebbene mi sia trasferita ormai da tempo a Lavorandia, anche io ho partecipato per anni e in varie vesti.

Beh, si dà il caso che questa sentitissima festa si organizzi, ogni anno – da cinquecento anni e più – durante la domenica in albis.

Ovvero quella successiva alla Pasqua.

Ovvero doveva tenersi oggi.

Potete dunque immaginare quale sgomento si respiri da tempo in paese e capirete anche l’angoscia e il senso di impotenza di ciascuno dei miei compaesani, non tanto per il numero di malati, di morti, o per il virus in sé, ma per il fatto che tutta questa situazione – e questa pandemia mondiale – quest’anno sia riuscita a privarci della festa delle feste.

Più di un lutto. Che ciascuno dei concittadini sta cercando di elaborare da giorni come può: esponendo alle finestre delle case le bandiere con i colori delle contrade, pubblicando sui social foto e video delle edizioni passate, scrivendo poesie e necrologi, condividendo riflessioni e dolci ricordi da dietro alle mascherine.

Figurarsi che persino il sindaco – conscio del delicatissimo momento attraversato dalla propria comunità – oggi si è sentito in dovere di dare una dimostrazione di vicinanza alla propria gente. Ha dunque organizzato per tutti una sorpresa: una diretta facebook dal profilo ufficiale del comune, in cui a comparire in video è stato il presidente della Pro Loco in persona.

L’uomo, con la faccia affranta di chi, a fatica, sta fronteggiando un dramma più grande di lui, ha detto solo poche e semplici parole, una breve commemorazione di una trentina di secondi in tutto. Tanto è bastato perché l’intero paesino, collegato in streaming, esplodesse in un’ovazione di like e commenti commossi.

D’altronde ve l’ho detto, il potere comunitario di questo tipo di feste ha davvero una forza che ha dell’incredibile, tanto da suscitare sentimenti forti, inaspettati. Oserei dire, ai limiti della follia.

E questo accade in particolar modo nel paesino dove sono nata e cresciuta. E dove sto passando questi giorni di quarantena.