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Undicesimo giorno di prigionia.

Questo può sembrarvi un giorno assai normale
chiusi in casa, come compagnia solo il telegiornale.
Tuttavia vi stupirò dicendovi una cosa vera:
oggi è cominciata la Primavera!

Anche a me sembrava una giornata come tante,
da trascorrere in isolamento, io, Pilush e la poppante.
Tuttavia, ragionandoci bene, nonostante tutto lo strazio,
oggi possiamo gioire, ‘azzo: è l’equinozio!

Certo, il virus agisce sempre e colpisce a tutte le ore
ma intanto la terra ha cominciato a svegliarsi dal torpore.
E a dare spazio, senza fretta, in ogni dove, alle sue gemme,
a pensarci bene anche la primavera agisce un po’ come un germe.

Certo, il Coronavirus mette a dura prova gli ospedali.
Impossibili, ormai, anche i controlli ambulatoriali.
Eppure cinguettan gli uccelli, sbocciano i primi fiori,
se non fossimo in questo casino, sarebbe proprio la stagione degli amori.

Certo, la situazione costringe in casa alcune persone,
divieti, limitazioni, decreti scritti con passione.
Tu, caro Peppe Conte, lo fai bene e con tanto ardore
ma non può esserci dolo per chi, dalla finestra, si gode lo splendore.

Certo, sono finiti i disinfettanti e pure l’Amuchina,
c’è chi con la carta forno si crea la mascherina.
Ma potremmo decider di distrarci un attimo, volger fuori lo sguardo,
e provare comunque a respirare, sarebbe utile questo azzardo!

Certo, sui social network sono tutti un po’ impazziti,
c’è chi canta, chi fa dirette, chi urla, insulta e avvia liti.
Chi dà in continuo aggiornamenti, chi continua a blastare,
incurante del fatto che oggi sia un giorno particolare.

Certo, è ormai difficile anche andare a fare la spesa,
in negozi e supermercati la situazione è davvero tesa.
E allora, senza volervi sembrare naif o fuori di testa,
dico: proviamo a pensare con i frutti della terra di far festa.

Certo, i fuori sede son rientrati al sud con molta fretta
e ora il contagio è arrivato fino a Barletta.
Ma l’universo sta andando chiaramente in un’altra direzione
prima o poi il virus si fermerà. Sottoscriverei questa affermazione.

Certo è anche che, con gli uffici chiusi e i colleghi in videochiamata,
trovar del positivo non è sempre una passeggiata.
Vero è, però, che a volerci ragionare con attenzione,
poteva andarci peggio, poteva mancare la connessione.

Invece abbiamo tutto, in fondo, e da quest’oggi
anche la nuova stagione a illuminare i nostri alloggi.
A scaldare e rincuorare le nostre lunghe giornate
ma anche a dirci che “ok, non possiamo uscire. Ma non è ancora estate!”

A dirci che prima o poi tutto rifiorirà
e che, tardi o presto, nuova vita ci sarà.
Certo, questa è anche la stagione delle piogge e della grandine
ma per ora lasciamo perdere, non vorrei creare disordine.

Molto meglio pensare positivo, cara Primavera, e dunque ringraziarti
per aver deciso, comunque e nonostante tutto, di palesarti.
Ed essere arrivata puntuale come ogni anno, bella mia.
fottendotene beatamente e allegramente della pandemia!

 

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Dolce Attesa

Ti dicono: “guarda, farà un po’ male,
ma è niente in confronto alla gioia che sale.”
Ti dicon: “la vedrai e poi passerà tutto”,
e tu intanto pensi soltanto al prosciutto.

Ti dicono: “ferma, non ti strapazzare!”,
ma anche: “cammina, o tenderai ad ingrassare”.
Ti dicono: “rilassati, impara a respirare,
e non dimenticarti il massaggio perineale”. Continua a leggere “Dolce Attesa”

scorte esaurite

Uscendo dall’ufficio sono andata al mercato.

mi mancavano cipolle, arance e un po’ di serenità:

– mi dispiace, l’abbiamo finita.

– avete finito la serenità?

– sì.

– di gioia ne avete?

– finita anche quella.

– ah. niente serenità e niente gioia.

– no, purtroppo.

– spensieratezza?

– certo, spensieratezza ce n’è. Quanta gliene metto?

– faccia un etto, anche due.

– non è più in offerta, però.

– ah, niente offerta.

– terminava ieri. che faccio, lascio?

– no, grazie. a quel prezzo non posso.

– a posto così, allora?

– un attimo, come farò per la cena?

– beh, signorina, non saprei.

– ha almeno un po’ di allegria che mi salvi la serata?

– impossibile, l’allegria va sempre a ruba durante le feste.

– ecco.

– non ne riconsegnano prima di carnevale.

– niente allegria.

– no.

– nè gioia, o spensieratezza.

– sono mortificato.

– zero serenità.

– gliel’ho detto.

– ok, mia dia quel cavolfiore.

 

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Cara, fresca, dolce neve

Cara, fresca e dolce neve,
in questi giorni scendi lieve,
tanto che saresti anche carina,
se io non dovessi star fuori fino a sera, dalla mattina.

Solo ieri, per esempio,
ho dovuto far 500 chilometri in autostrada, oddio, che scempio!
E stamattina – per dirla tutta –
uscire dal piumone è stata davvero brutta.

Per non parlare del raggiungere l’ufficio,
al freddo, e al gelo, proprio un sacrificio.
‘Ché già ero triste perché Pilush se n’è andato,
dover andare a piedi a lavoro, davvero non l’avevo considerato.

E per di più era pure tardino,
così ho pensato di pedalare pian pianino,
pur di non rinunciare alla bicicletta:
ero, credimi, troppo di fretta.

Alla prima curva, però, cara neve,
sebbene tu sia bella, dolce e lieve,
io ho dovuto frenare bruscamente,
e ho fatto un volo per terra, mica niente.

Mi sono rialzata zuppa e indolenzita,
e ti ho dato tanti epiteti che non si contan sulle dita.
Spero proprio tu non li abbia sentiti, neve,
o arrossiresti parecchio e perderesti il tuo candore.

Neve cara, dolce e lieve,
facciamo un patto, sii gentile:
dovrò tornare a casa fra qualche minuto,
fermati un attimo, vienimi in aiuto.

Quando poi avrò chiuso definitivamente il portone
e sarò al riparo, accanto al termosifone,
tu ricomincia pure a cadere,
cara, dolce e fresca neve.

Sono d’accordo che rendi tutto più bello,
ma da sotto a una coperta, non a un ombrello.
Non so se hai capito bene bene il concetto,
certo, l’ideale sarebbe ci fosse anche un caminetto.

O, in alternativa, cara neve bianca,
datti molto di più da fare, non sentirti stanca,
scendi copiosa, veloce e abbondante,
tutto il giorno e tutta la notte, fino alla settimana entrante.

Così da arrivare a due metri, fuori dalle case,
a imbiancare tutto: strade, paesi e chiese.
A bloccare ogni cosa, con muri di ghiaccio alti così,
da non potersi muovere, neanche in doposci.

E chissà, bianca neve, che allora non riuscirai
a dar gioia davvero a tutti, lasciandoli fuori dai guai,
tenendoli costretti in casa, a oziare al calduccio,
l’unico tragitto da fare: quello dal divano al lettuccio.

Ma aspetta, dolce neve, toglimi una curiosità,
quando scendi abbondante, anche gli uffici seguono delle scuole la modalità?
Ho dato per scontato che chiudessero, ma in effetti non lo so,
mi rivolgo a te che sei esperta, ti prego, non dirmi di no.

Se così non fosse, se il lavoro non riusciresti comunque a cancellare,
mi rimangio quello che ho detto, non hai proprio nulla da valutare.
Non ti resta, davvero, che fare dolcemente come Baglioni,
e levarti velocemente e candidamente dai maroni.

 

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Di quando si comincia a invecchiare

Di questo, io oggi, volevo parlare:
di quando a novembre cominci a star male.
E non dico così, tanto per dire,
parlo di mal di gola e raffreddore che finiranno ad aprile.

Di quando la sera fatichi ad uscire,
niente cene, né feste, preferiresti morire.
Di quando il weekend vorresti solo riposare,
mentre prima, anche in inverno, saresti partita per il mare.

Vorrei proprio parlare di quel che succede
– e lo faccio per chi, magari, se lo chiede –
quando la carbonara delle tre di notte non sai più digerire,
niente fumo, né alcol, solo zenzero e miele.

Di quando sui social tutti scrivono di gente,
di cui tu – dico davvero – non sai proprio niente.
Di quando i più piccolini, con timor reverenziale,
del “signora” ti danno, e ti senti un po’ male.

Di quando le amiche parlan già di marito
e degli ingredienti migliori per preparare il bollito.
Di quando poi pensano a mutui e bambini,
o al colore da dare a pareti e comodini.

Di quando una sola nocciolina, una volta ingerita,
richiede mesi di palestra per essere smaltita.
Di quando pasti – anche semplici – si portano avanti
e invece che nello stomaco finiscono sui fianchi.

Di quando la pioggia battente ti invita a dormire,
sul divano, tra i cuscini, nascosta, a sparire.
Di quando smetti di truccarti ché tanto oramai,
l’era dei brufoli è finita e non torna, lo sai.

Di quando smettono di chiederti se hai più di diciott’anni,
di quando non riesci a contare su dieci dita tutti i malanni.
Di quando le offerte Young non ti spettano più
e anche le tette cominciano a scendere giù.

Di quando gli horror spaventano, i thriller mettono il magone,
di quando prima che finisca il film ti addormenti sotto al piumone.
Di quando ai drammi psicologici, ai noir e ai gialli,
preferisci commedie o programmi mattutini con Magalli.

Insomma, avete capito, vi voglio parlare
di quando purtroppo si comincia a invecchiare.
Così che anche voi, che siete brava gente,
ve ne facciate una ragione, ché tanto non ci si può far niente.

Ché capita, purtroppo, a tutti gli esseri umani.
Ai belli, ai brutti, ai biondi, ai castani.
Capita a chi credeva non sarebbe mai successo a lui,
e anche a chi, da quando è nato, aspetta tempi bui.

Capita e – parliamoci chiaro – non è tanto piacevole
scoprire che tutto scorre, inesorabile e rapido come le nuvole.
Ma per concludere, devo dirlo, una cosa rimane a darmi emozione
pensare che più invecchio e meno manca (forse) alla pensione!

 

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