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Ventitreesimo giorno di prigionia.

Abbiamo telefonato alle prefetture di ogni regione.

Abbiamo parlato con le Usl e le Asur, con la Croce Rossa, i numeri verdi e la Protezione Civile, abbiamo mandato email, compilato autocertificazioni e stampato ogni sorta di documento o giustificativo.

Abbiamo giurato e garantito di essere in ottima salute, di star già osservando un’autoquarantena da settimane e di non voler, in alcun modo, portare focolai di Coronavirus in giro per l’Italia.

Dovremmo essere a posto ma nessuno può rilasciarci un lasciapassare ufficiale: starà alle singole pattuglie che controllano strade e confini valutare i motivi del nostro spostamento e decidere se farci proseguire o meno.

Dunque domani ci proviamo.

Non sapendo quando e se potremo far ritorno a Lavorandia prepareremo bagagli duttili, pronti a ogni evenienza e a ogni stagione, caricheremo poi Ciotti e dieci chili di disinfettante in macchina e partiremo per un viaggio di 500km, attraverso tre regioni, alla volta della casa del Doduck Papà invalido, in soccorso della Doduck Mamma.

Se da qui a 24 ore non leggete nostre notizie su questo blog, preoccupatevi pure.

Che poi oggi era il compleanno di Pilush e parliamoci chiaro: sarebbe poco carino, al suo secondo giorno da trentacinquenne, collezionare un arresto per tentata procurata epidemia.

 

 

 

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Ventiduesimo giorno di prigionia.

Stamattina Capo Ridens, con una email ricca di speranza, ci ha convocato per un aperitivo virtuale – tutta l’Azienda insieme – previsto per le 17.30 di oggi.

Ci ha mandato il link a cui connetterci e ci ha detto di presentarci tutti con un bicchiere in mano, che ci saremmo fatti coraggio e avremmo condiviso pensieri, paure e speranze, brindando a distanza.

E in effetti, alle 17.30 in punto, la sala riunioni virtuale ha preso ad animarsi. Tutte le caselline della visualizzazione a griglia si sono riempite delle solite facce note ma dimenticate da un po’.

C’erano le colleghe Satti e Capci con cui ero in call fino a dieci minuti prima ma c’erano anche i colleghi dell’ufficio a fianco. C’erano le ragazze del centralino, i tizi dell’amministrazione, quelli della comunicazione interna, quelli dei progetti speciali, c’era persino il portinaio. C’erano i responsabili di ciascuna area e tutti i sottoposti. E c’era Capo Ridens, ovviamente.

C’era anche parecchio frastuono, tutti quei microfoni accesi e un po’ di imbarazzo nel ritrovarsi tutti lì. C’era chi si è messo a fare qualche battuta, chi ha commentato che quasi ci trovava meglio ora, ora che ci vedeva in video, o che non ci vedeva da un po’, non so. Qualcuno ha provato a parlare della situazione italiana, o del bollettino delle 18 della protezione civile, molti hanno parlottato d’altro senza che comunque si capisse davvero qualcosa.

Sembrava esserci ilarità nell’aria, o forse tutti quei sorrisi messi lì davanti alla webcam erano solo la nostra personalissima mascherina utilizzata oggi per uscire dalle nostre tane e mostrarci in pubblico dopo la notizia del weekend di una cassa integrazione alle porte. 

Abbiamo atteso così almeno una decina di minuti, stringevamo in mano il nostro bicchiere e continuavamo con quel vociare di circostanza aspettando il momento in cui il Capo avrebbe preso la parola, messo fine a tutto il chiacchiericcio e fatto il punto sulla situazione, o raccontato possibili scenari futuri, o chiesto – effettivamente – a ciascuno di noi come stesse, o come stesse mandando avanti la propria vita da tre settimane a questa parte.

Poi, man mano, qualcuno ha iniziato a zittirsi. Chi ha staccato il microfono, chi semplicemente non ha trovato più nulla da raccontare, chi credeva fosse davvero arrivato il momento di lasciare che fossero altri a parlare.

E il Capo allora, beh, il Capo ha finalmente preso la parola, ha detto che questa cosa della videochiamata aziendale gli piaceva, che forse avremmo dovuto scattare qualche foto ricordo o urlare qualcosa tutti in coro, una cosa qualunque, così, per vedere l’effetto che fa. Libertà, che ne dite? Urliamo libertà! Anzi no, freedom! In inglese suona tutto meglio! Urliamo e brindiamo, ok? Che fa molto Azienda Ridens. Ci siete? Uffa, molti di voi non hanno urlato, vi ho visto qui sullo schermo! Va beh, non importa. Alla salute! E alla prossima videochiamata. Propongo di farne un’altra presto, ché è stato proprio divertente.

Così ci ha congedato e si è disconnesso.

E noi ci siamo ritrovati tutti lì, dal portinaio al responsabile di area, passando per i capi progetto e le centraliniste. Un po’ frastornati ma forti in quel sorriso indossato per l’occasione.

Che poi, sapete come si dice, chissà se proteggono davvero da qualcosa queste mascherine.

 

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Ventunesimo giorno di prigionia.

“Pronto, Doduck? Sono sconvolta.”

“Pronto, Satti? Dimmi. Che succede?”

“Come che succede, non hai ricevuto anche tu la chiamata di Capo Ridens stamattina?”

“Ah, già. Sulla cassa integrazione. L’ho ricevuta.”

“Beh? Non dici niente?”

“Che ti devo dire Satti, un po’ c’era da aspettarselo.”

“Mi sto sentendo male.”

“Eddai, comunque non siamo già in cassa integrazione, giusto? Dice che sta valutando per il prossimo mese…”

“Sto per avere un mancamento.”

“E poi magari sarà per poco, l’emergenza Coronavirus rientrerà e l’azienda ripartirà…”

“Muoio.”

“Noi continuiamo a lavorare e aspettiamo di vedere che succede, direi.”

“Oh Doduck, il tuo spirito è ammirevole. Sei solo un’apprendista e cerchi di dare coraggio a me che sono da anni a capo dell’ufficio.”

“Eh sì, in effetti…”

“Ti ringrazio, Doduck.”

“Poi magari sono anche un po’ ingenua, eh. Ci sta. È solo che penso…”

“È solo che penso davvero tu non abbia capito bene la questione…

“….?”

Come farò ad arrivare a fine mese senza il mio stipendio stellare?

“Ah.”

“Cioè, voglio dire, come farò a mantenere il mio tenore di vita o anche solo a comprare tutti quei prodotti bio vegani esclusivi, percependo soltanto l’80% del mega stipendio che percepisco al momento?”

“Mi spiace, Satti, in effetti sono problemi.”

“E come potrò continuare a foraggiare il mio psichiatra per tre volte a settimana? Non posso vivere senza il mio psichiatra!

“Vorrei tanto poterti aiutare.”

“E che ne sarà della mia gatta? Oddio, non dovrò mica iniziare a comprarle dei banali croccantini?”

“Povera, chissà il trauma.”

“E il corso di Yoga online? E il nuovo guardaroba ordinato su Zalando? Come può lo Stato non tenere conto di chi a fatica sta cercando di mantenere attiva l’economia del Paese pur rimanendo bloccata in casa!”

“Pura irriconoscenza.”

“In fondo i miei di questi giorni sono investimenti per la Patria. Ora dovrò interrompere tutto?”

“Non so, Satti,…”

“Certo che dovrò. Come credono si possa sopravvivere con uno stipendio mensile sotto ai tremila euro?? Con una paga da pezzenti!”

“Oh, Satti. Scusa se mi intrometto. Da apprendista…

“Eh.”

“Ma io con meno della metà di quella paga da pezzenti di solito ci sopravvivo e ci mantengo pure una figlia.”

“Ah.”

“Fanculo la gatta.”

 

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Ventesimo giorno di prigionia.

Il resoconto di oggi sarà breve. Lo capirete, la giornata è durata un’ora in meno.

Che poi uno dice “un’ora, cosa vuoi che sia?” 23 invece che 24, quasi non ci si fa caso. Lo so, credevo anch’io, me lo ripetevo ieri: “Doduck, stai pronta, domani avrai un’ora in meno.” “Massì, figurati, sciocca, che vuoi che sia!” e invece, poi…ma era davvero ieri? È già passato un giorno? Mamma come vola il tempo, quando si ha un’ora in meno.

Un’ora in meno, in questi giorni particolarmente intensi, è una vera disgrazia, immagino sia così anche per voi.

Io, oggi, per esempio, non ho fatto in tempo a finire di contare le finestre del palazzo di fronte. Oh, eppure ci riesco ogni giorno, oggi niente. Ero lì che mi studiavo la facciata ed era già ora di pranzo. Poi, a quel punto, è stato difficile recuperare il ritmo: come sempre sono riuscita a spolverare le tre mensole del salotto, quello sì. Ma i comodini della camera da letto, oggi niente, mi spiace. Sapete come vanno queste cose, una volta che il ritardo si accumula è la fine.

Ho riordinato i libri della libreria in ordine alfabetico dalla A alla Q. Dalla Q alla Z? Che ve lo dico a fare. Avessi avuto anche solo 60 minuti in più!

Poi ho costruito la torre di cubi con Ciotti e tirato due o tre volte la palla insieme. Avremmo anche fatto qualche bolla di sapone ma vista la fretta abbiamo pensato di non perder tempo in cose futili. Ci siamo dunque dedicate rapidamente a pettinare la sua bambola.

Ho poi infornato una teglia di pizza che però è risultata sottile e bruciacchiata. Forse avrebbe dovuto rimanere a lievitare un po’ di più…

L’accesso ai social? Solo 79 volte rispetto alle 105 di ieri. Oh, quando uno va di fretta! Meme su whatsapp… sono riuscita a inoltrarne due. Tre al massimo. E a riceverne sette, non uno di più. Solo quattro videochiamate, ma brevi, una doccia al volo, tre lavatrici ma oggi niente panni stesi in ordine di colore! Soltanto ventisette foto scattate a Ciotti e neanche un attimo per inviarne almeno metà ai nonni.

Non ho neanche provato a seguire qualcuno di quei corsi di yoga o pilates online che tutti consigliano in questo periodo. Non ho tempo gli altri giorni, figuriamoci oggi! Oggi che, tra l’altro, ho dormito complessivamente 13 ore invece che 14.

Un’ora in meno durante la quarantena ed ecco che durante questa giornata non sono riuscita a controllare uno a uno i vasi di piante del balcone, né a valutare i progressi del ragno che tesse da settimane la sua ragnatela sul davanzale e tanto meno a soffermarmi quanto dovuto sul vicino di casa che prende il sole in terrazza.

Insomma, un vero casino.

Per fortuna che domani ne avremo di nuovo 24, di ore.

Con tutte le cose che devo fare…

 

Peanuts 2018 gennaio 17 - Il Post

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Diciannovesimo giorno di prigionia.

“Ehi, Doduck, non noti niente di strano?”

“Uhm, no Pilush. Direi di no.”

“Eddai, Doduck, guardami bene.”

“Hai un nuovo pigiama? Sei uscito a fare shopping?”

“Ah. Ah.”

“Uhm, sei ingrassato?”

“Sono ingrassato?”

“Non so, mi pare.

“Stronza.”

“Ci sono! La barba! È ancora più lunga e incolta di ieri, e del giorno prima!”

“Uhm, no. Ma fuochino…”

“Come no? Ti sei fatto la barba di recente?”

Certo che no.”

“E allora vedi che è messa peggio di ieri!”

“Ma non è questo il punto! Va beh, dai, arrenditi, te lo dico.”

“Mi arrendo.”

“I capelli.”

“Che?”

“I miei capelli. Non me li lavo da dieci giorni.

“Ah.”

“Beh? Che te ne pare?”

“Boh, non saprei. Cosa dovrebbe parmene?

“Non ti piacciono?”

“Beh, come dire…”

“Eddai, Doduck. Guarda bene! Ti ricordi i miei sottilissimi capelli lisci, grassi e senza forma?”

Li ricordo benissimo.”

“Ho notato che se non sto a lavarli ogni 24 ore come faccio di solito, l’unto che vi si deposita li inspessisce e dà loro un’ottima consistenza!”

“Anche un ottimo odore, suppongo.”

“Dici?”

“Dico.”

“Ah.”

“Così, a naso…E un’alta carica batterica, aggiungerei…”

“Uhm, può essere. Non ho ancora studiato a fondo gli esiti di questo esperimento.”

“Esperimento che andrà avanti ancora per quanto, se posso?”

“Non so, Doduck, non dico di arrivare ai livelli di Piero…”

“Piero?”

“Pelù, il cantante. Ho sentito un’intervista in cui Pelù dichiarava di lavarsi i capelli una volta l’anno. Non so se ce la farò così a lungo…”

“Ah. Ecco. È già qualcosa.”

“Ma miro a resistere almeno per tutta la quarantena!”

 

I've been researching the Hygiene Hypothesis and it's fascinating ...