Pubblicato in: Portfolio

Ventisettesimo giorno di prigionia.

La prigionia procede oramai da giorni.

Ventisette pieni, per me, Pilush e Ciotti. Almeno una quarantina per i Doduck Genitori, che hanno preferito chiudersi nella loro casa in campagna, senza alcun contatto esterno, già da quando tutto il Paese era ancora per le strade a dire #litalianonsiferma.

È passato un sacco di tempo, insomma, da quando ciascuno di noi ha incontrato un’ultima persona in carne e ossa.

Qui a casa della Doduck Mamma, infatti – vista la situazione di salute particolarmente delicata del Doduck Papà – spesa, farmaci e generi di prima necessità vengono consegnati da gente di buona volontà che li abbandona a distanza di sicurezza, sul prato, per un paio d’ore prima che qualcuno di noi vada a recuperarli.

L’unica altra forma di vita, oltre a noi cinque, è la gatta Sinca e il numero indefinito di gattini che da qualche giorno porta in grembo. Loro, un tot di uccellini svolazzanti, qualche ragno, formica, lucertola e poi nulla. Fine. Nessuno, nel raggio di kilometri.

E devo dire che tutti noi andiamo molto fieri di questo autoisolamento a cui stiamo tenendo botta per la nostra salute e quella della nazione intera. Che se stessimo tutti chiusi in casa, come dice Conte ma anche Fiorello, insomma, come consigliano tutti, forse usciremmo prima da sta cacchio di situazione. Mannaggia!

Poi, oggi, nel pieno di un lento e deserto pomeriggio domenicale, a un certo punto qualcuno ha suonato al portone.

Si è fatto avanti Pilush, l’impavido. Ha aperto la serratura, socchiuso appena l’uscio e provato a vedere chi fosse. Si è trovato davanti una giovane signora, con la mascherina in volto e dei guanti in lattice blu a porgergli due ramoscelli d’ulivo.

“Abbiamo fatto benedire le palme e stiamo facendo il giro di casa in casa a consegnarle.” ha detto, la sprovveduta, con la faccia da Maria Maddalena.

Mannaggia.

Cara signora Maddalena, ma a quale punto del decreto ha letto il permesso di uscire per consegna palme a domicilio? Prima o dopo il fatto dei cani e dei bambini? Ma davvero ancora non ci siamo, Maria Santa? Cioè, se perfino Amadeus dice che bisogna stare a casa, significa che proprio non si può mettere fuori il naso, no? Vuol dire che non si può uscire. Niente. Nisba. Punto e basta. Ok? Né per un aperitivo, né per un saluto veloce, né per una stretta di mano, né men che meno per andare a citofonare a casa di sconosciuti – ritirati da giorni e con fatica a vita privata in mezzo al nulla – alle 15 di una tranquilla domenica pomeriggio, con un ulivo poi. Fosse stato almeno un uovo di cioccolato.

Che poi lei l’ha fatto sicuramente per una buona causa, signora Maddalena, e avrà anche preso tutte le precauzioni del caso. E domenica prossima è pure Pasqua, siamo d’accordo. Ma io. Io ero appena riuscita ad addormentare Ciotti. E, non ho mai capito bene come funzioni con Gesù, ma le assicuro che Ciotti – non c’è San Tommaso che ne possa dubitare – Ciotti appena sente un citofono risorge.

Mannaggia.

Charles M. Schulz • La vita è come una bicicletta con dieci ...

Pubblicato in: Portfolio

Ventiseiesimo giorno di prigionia.

“Pss… Doduck. Ehi, Doduck.”

“Uhm…”

“Doduck, ho un presentimento.

“Pilush, ma che ore sono?”

“Quasi l’alba.”

“Quasi l’alba?”

“Cinque meno un quarto.”

“Oddio, Pilush. Perché non dormi?”

“Non posso, Doduck. Sto pensando a quando abbiamo lasciato Lavorandia, due giorni fa.”

“E?”

“Appena arrivato il lasciapassare definitivo della Protezione Civile abbiamo chiuso casa in fretta e furia, mentre Ciotti urlava come una pazza.

“Sì. E?”

“Sento che abbiamo dimenticato qualcosa.”

“Sì, Pilush. Ci siamo dimenticati metà dei pannolini lavabili di Ciotti sullo stendino. Lo sai. Errore gravissimo, tra l’altro, che ci costerà tanto in organizzazione quotidiana, nervi e lavatrici extra. Mannaggia.”

“Uhm.”

“Colpa mia,  in parte, che ho organizzato la valigia, ma anche in parte tua, ‘ché è sempre un po’ colpa tua. Ma ne abbiamo già parlato per tutto il viaggio, dai.”

“Infatti.”

“Torna a dormire.”

Credo ci sia dell’altro. Abbiamo spento la ciabatta della sala?”

“Sì.”

“Abbiamo annaffiato le piante sul balcone?”

“Sì.”

“Abbiamo chiuso la finestra del bagno?”

“L’hai chiusa tu, no?”

“Ah, già.”

“Io ho chiuso il gas, e tu l’acqua.”

Abbiamo spazzato per terra?

“Non mi sembra di vitale importanza, comunque sì. L’ho fatto io.”

“Caricabatterie pc?”

“Preso.”

“Uhm.”

“Eddai, rimettiti a dormire.”

“Abbiamo chiuso a chiave il portone?”

“Doppia mandata.”

“Va beh.”

“Davvero, Pilush: abbiamo preso la bambola di Ciotti e le bolle di sapone. Io ho svuotato frigorifero, lavastoviglie e dispensa. Tu hai buttato l’immondizia. Puoi dormire sonni tranquilli…”

“No, tu hai buttato l’immondizia, Doduck.”

“No, tu hai buttato l’immondizia, Pilush.”

“No, tu dovevi buttare l’immondizia, Doduck.”

“Merda.”

 

Cometipare032

Pubblicato in: Portfolio

Ventiduesimo giorno di prigionia.

Stamattina Capo Ridens, con una email ricca di speranza, ci ha convocato per un aperitivo virtuale – tutta l’Azienda insieme – previsto per le 17.30 di oggi.

Ci ha mandato il link a cui connetterci e ci ha detto di presentarci tutti con un bicchiere in mano, che ci saremmo fatti coraggio e avremmo condiviso pensieri, paure e speranze, brindando a distanza.

E in effetti, alle 17.30 in punto, la sala riunioni virtuale ha preso ad animarsi. Tutte le caselline della visualizzazione a griglia si sono riempite delle solite facce note ma dimenticate da un po’.

C’erano le colleghe Satti e Capci con cui ero in call fino a dieci minuti prima ma c’erano anche i colleghi dell’ufficio a fianco. C’erano le ragazze del centralino, i tizi dell’amministrazione, quelli della comunicazione interna, quelli dei progetti speciali, c’era persino il portinaio. C’erano i responsabili di ciascuna area e tutti i sottoposti. E c’era Capo Ridens, ovviamente.

C’era anche parecchio frastuono, tutti quei microfoni accesi e un po’ di imbarazzo nel ritrovarsi tutti lì. C’era chi si è messo a fare qualche battuta, chi ha commentato che quasi ci trovava meglio ora, ora che ci vedeva in video, o che non ci vedeva da un po’, non so. Qualcuno ha provato a parlare della situazione italiana, o del bollettino delle 18 della protezione civile, molti hanno parlottato d’altro senza che comunque si capisse davvero qualcosa.

Sembrava esserci ilarità nell’aria, o forse tutti quei sorrisi messi lì davanti alla webcam erano solo la nostra personalissima mascherina utilizzata oggi per uscire dalle nostre tane e mostrarci in pubblico dopo la notizia del weekend di una cassa integrazione alle porte. 

Abbiamo atteso così almeno una decina di minuti, stringevamo in mano il nostro bicchiere e continuavamo con quel vociare di circostanza aspettando il momento in cui il Capo avrebbe preso la parola, messo fine a tutto il chiacchiericcio e fatto il punto sulla situazione, o raccontato possibili scenari futuri, o chiesto – effettivamente – a ciascuno di noi come stesse, o come stesse mandando avanti la propria vita da tre settimane a questa parte.

Poi, man mano, qualcuno ha iniziato a zittirsi. Chi ha staccato il microfono, chi semplicemente non ha trovato più nulla da raccontare, chi credeva fosse davvero arrivato il momento di lasciare che fossero altri a parlare.

E il Capo allora, beh, il Capo ha finalmente preso la parola, ha detto che questa cosa della videochiamata aziendale gli piaceva, che forse avremmo dovuto scattare qualche foto ricordo o urlare qualcosa tutti in coro, una cosa qualunque, così, per vedere l’effetto che fa. Libertà, che ne dite? Urliamo libertà! Anzi no, freedom! In inglese suona tutto meglio! Urliamo e brindiamo, ok? Che fa molto Azienda Ridens. Ci siete? Uffa, molti di voi non hanno urlato, vi ho visto qui sullo schermo! Va beh, non importa. Alla salute! E alla prossima videochiamata. Propongo di farne un’altra presto, ché è stato proprio divertente.

Così ci ha congedato e si è disconnesso.

E noi ci siamo ritrovati tutti lì, dal portinaio al responsabile di area, passando per i capi progetto e le centraliniste. Un po’ frastornati ma forti in quel sorriso indossato per l’occasione.

Che poi, sapete come si dice, chissà se proteggono davvero da qualcosa queste mascherine.

 

Peanuts - pt_c141119.tif

Pubblicato in: Portfolio

Ventesimo giorno di prigionia.

Il resoconto di oggi sarà breve. Lo capirete, la giornata è durata un’ora in meno.

Che poi uno dice “un’ora, cosa vuoi che sia?” 23 invece che 24, quasi non ci si fa caso. Lo so, credevo anch’io, me lo ripetevo ieri: “Doduck, stai pronta, domani avrai un’ora in meno.” “Massì, figurati, sciocca, che vuoi che sia!” e invece, poi…ma era davvero ieri? È già passato un giorno? Mamma come vola il tempo, quando si ha un’ora in meno.

Un’ora in meno, in questi giorni particolarmente intensi, è una vera disgrazia, immagino sia così anche per voi.

Io, oggi, per esempio, non ho fatto in tempo a finire di contare le finestre del palazzo di fronte. Oh, eppure ci riesco ogni giorno, oggi niente. Ero lì che mi studiavo la facciata ed era già ora di pranzo. Poi, a quel punto, è stato difficile recuperare il ritmo: come sempre sono riuscita a spolverare le tre mensole del salotto, quello sì. Ma i comodini della camera da letto, oggi niente, mi spiace. Sapete come vanno queste cose, una volta che il ritardo si accumula è la fine.

Ho riordinato i libri della libreria in ordine alfabetico dalla A alla Q. Dalla Q alla Z? Che ve lo dico a fare. Avessi avuto anche solo 60 minuti in più!

Poi ho costruito la torre di cubi con Ciotti e tirato due o tre volte la palla insieme. Avremmo anche fatto qualche bolla di sapone ma vista la fretta abbiamo pensato di non perder tempo in cose futili. Ci siamo dunque dedicate rapidamente a pettinare la sua bambola.

Ho poi infornato una teglia di pizza che però è risultata sottile e bruciacchiata. Forse avrebbe dovuto rimanere a lievitare un po’ di più…

L’accesso ai social? Solo 79 volte rispetto alle 105 di ieri. Oh, quando uno va di fretta! Meme su whatsapp… sono riuscita a inoltrarne due. Tre al massimo. E a riceverne sette, non uno di più. Solo quattro videochiamate, ma brevi, una doccia al volo, tre lavatrici ma oggi niente panni stesi in ordine di colore! Soltanto ventisette foto scattate a Ciotti e neanche un attimo per inviarne almeno metà ai nonni.

Non ho neanche provato a seguire qualcuno di quei corsi di yoga o pilates online che tutti consigliano in questo periodo. Non ho tempo gli altri giorni, figuriamoci oggi! Oggi che, tra l’altro, ho dormito complessivamente 13 ore invece che 14.

Un’ora in meno durante la quarantena ed ecco che durante questa giornata non sono riuscita a controllare uno a uno i vasi di piante del balcone, né a valutare i progressi del ragno che tesse da settimane la sua ragnatela sul davanzale e tanto meno a soffermarmi quanto dovuto sul vicino di casa che prende il sole in terrazza.

Insomma, un vero casino.

Per fortuna che domani ne avremo di nuovo 24, di ore.

Con tutte le cose che devo fare…

 

Peanuts 2018 gennaio 17 - Il Post

Pubblicato in: Portfolio

Nono giorno di prigionia.

Il problema, con Ciotti, in questi giorni di prigionia è che i suoi ritmi sono un po’ sballati.

Questo vuol dire – tendenzialmente – che al mattino non vuole svegliarsi, che durante la giornata fa qualche pisolino in orari poco consoni e, soprattutto, che la sera non vuole addormentarsi.

Quest’ultima abitudine, in particolare, è devastante per i suoi genitori che chiusi in casa da giorni, senza prospettive e sfiancati da interminabili ore di telefonate o corsi online, vorrebbero concedersi almeno qualche serata di svago e stravaccamento sul divano a guardare serie tv.

Con la pupa sveglia è infatti impossibile fare qualunque cosa di senso, che sia scambiare due parole, preparare la ribollita o seguire la trama di un contenuto multimediale.

Certo, un modo per salvarsi potrebbe essere fare in modo di sfinirla completamente durante la giornata così da farla arrivare all’ora di cena stremata e costringerla a crollare subito dopo aver terminato la pappa.

Un piano da nulla, insomma. Ma la nostra ultima spiaggia.

E così – con malefiche mire – stamattina l’abbiamo tirata giù dal lettino di buon’ora. Ha partecipato allegra alla nostra colazione. Abbiamo passato poi la giornata a palleggiarcela silenziando i microfoni durante le riunioni e oscurando le webcam dalle classi virtuali.

Intanto abbiamo sfogliato libri, impilato cubi, lavato paperotti di gomma, imitato tutti gli animali, calciato palle di spugna, cantato canzoncine, accesso e spento ogni tipo di interruttore, impastato farina, fatto cavalluccio e ghirighirighetto, accarezzato peluche, scoppiato bolle di sapone, bucato palloncini, svuotato e riempito scatole, mangiato biscotti, annusato spezie, lanciato cose.

Abbiamo evitato che si concedesse il secondo pisolino della giornata e abbiamo continuato imperterriti a intrattenerla durante il lavoro nonostante digitasse lettere a caso sulle nostre email, scarabocchiasse le nostre agende e intervenisse urlando in riunione.

Un programma perfetto, studiato e perseguito minuto per minuto, per far sì che il sonno la potesse cogliere in tempo per l’inizio della nostra serata.

Un programma risultato essere – a tutti gli effetti – davvero efficace.

Tanto che alle ore 18.30 in punto, quando ormai cantavamo vittoria e scrollavamo già la lista dei titoli su Netflix consci che ci sarebbe bastato darle un po’ di pappa per cena e accompagnarla in una tanto meritata (sua quanto nostra) nanna, lei – incurante di ogni previsione – è improvvisamente crollata.

Senza darci il tempo di sfamarla. Né di metterle un pannolino. Un pigiama. Di darle un bacio che sancisse la sua buonanotte. Nulla.

E così alle 23.05 ancora dorme, in questa condizione precaria. In questo secondo pisolino della giornata che ha deciso di concedersi prepotentemente e nonostante ogni nostro tentativo di dissimulazione.

Dorme. Ora.

Pronta a svegliarsi nel cuore della notte, affamata, pisciata.

E più incazzata che mai.

 

Risultato immagini per peanuts programmi