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Quarantatreesimo giorno di prigionia.

Caro Presidente, caro Governo, cari Ministri tutti,

ho aspettato più di quaranta giorni prima di scrivervi perché non credevo fosse il caso di stare lì a mettervi fretta. Sì, insomma, l’emergenza, e i decreti, e il popolo esigente. Non volevo infierire, ecco. Volevo, anzi, vedere come ve la sareste cavata in questa situazione.

Ma ora, ora eccomi qua.

Dunque: fin qui mi sembra tutto bene. Cioè, si fa per dire, eh? ‘Ché all’inizio il tutto è stato un po’ sottovalutato, dovete ammetterlo, dai. Figurarsi che io stessa sono finita in pronto soccorso con la polmonite a inizio febbraio e, dopo il triage, mi hanno lasciato aspettare in sala d’attesa, in mezzo a cento persone, per 12 ore, per poi rimandarmi a casa con un antibiotico blando. Di tamponi non se ne parlava ancora, e il medico che mi ha trovato il focolaio al polmone, quando gli ho chiesto se si potesse trattare di Covid, mi ha riso in faccia. Eppure Wuhan aveva avuto già un sacco di vittime e Codogno sarebbe diventato famoso solo una quindicina di giorni dopo. Sì, insomma, magari al 4 febbraio potevate già esservele fatte due domande.

Ma ok, ok, col senno di poi siamo tutti bravi. Dunque chiudiamo qui la faccenda polmonite, nulla di personale. Ormai è acqua passata.

Per il resto, dicevo, fin qui tutto bene. Chiaro, la situazione è molto delicata, ci sono state un sacco di vittime, le persone sono chiuse in casa, l’economia non gira – non come prima, perlomeno – e tutto quello che chiamavamo normalità ha mutato forma. Però, proprio per questo, mi sento di dire che, tutto sommato, in qualche modo l’avete gestita, sì, insomma, avete tenuto botta. Voglio dire, nessuno sproloquio alla popolazione stile Boris Johnson, nessun tentativo di fuga palese dalle vostre responsabilità, e una costante comunicazione con tutti gli Italiani ché sì, hanno visto susseguirsi un sacco di decreti diversi, e un sacco di modelli di autocertificazione aggiornati, e un sacco di discorsi alla Nazione più o meno ufficiali sui social, ma almeno non si sono sentiti abbandonati. Credetemi, la comunicazione sempre – e in momenti di crisi, soprattutto – è fondamentale. È già parte della soluzione, oserei dire, e se ben fatta aiuta di molto (non come nella mia azienda in cui, fin da subito, hanno sbagliato tutto. Ma questa è un’altra storia).

E così ci avete detto di stare a casa, ci avete raccontato passo passo cosa stava succedendo (anche quando non avremmo voluto sentire), avete evitato di muovervi con il favore delle tenebre (cit.) e allora noi (volenti o nolenti) vi abbiamo seguito, e i risultati ora, finalmente, sembrano vedersi. Insomma – poi di politica ne capiamo tutti molto poco – ma, pur nella tragedia, mi sento di dirvi ben fatto! Grazie!

Ma adesso eccomi qui. A scrivervi per un breve confronto all’alba della cosidetta fase 2.

Dunque. La vostra idea, ora, è di riaprire gradualmente tutto. E siamo d’accordo.

Fabbriche, uffici, enti, associazioni, ma anche parchi, palestre, parrucchieri. Chiese, estetiste, biblioteche, officine meccaniche, studi dentistici, stabilimenti balneari, impianti sciistici.

L’idea è di farlo progressivamente e con adeguato distanziamento sociale, certo, ma anche piuttosto velocemente, prima che l’economia collassi del tutto, la gente impazzisca davvero o si comprometta definitivamente continuando a proporre coreografie cretine su Tik Tok.

Benissimo, caro Presidente, Ministri e Governo tutto. È molto giusto.

Ho solo una domanda per voi, ora.

Che ne facciamo dei bambini?

Sapete anche voi, ne sono certa, che appena darete il nulla osta, l’ok, il via definitivo, il tana libera tutti, le aziende impazziranno e si metteranno a produrre come mai hanno immaginato prima. I capi istituiranno giornate di 18 ore lavorative, i clienti pretenderanno cose mai pretese, i colleghi fisseranno incontri e riunioni, e tutti vorranno fare e chiederanno di organizzare e decideranno di proporre e proporranno di decidere.

I bambini, invece – che sono stati i grandi invisibili di tutta questa incresciosa situazione, che sono stati i primi a scomparire dalle aule, dai parchi, dalle feste di compleanno a casa degli amichetti – i bambini non potranno rientrare a scuola neanche in questa nuova fase.

E, alt! Un attimo! Magari è pure giusto così. Me ne rendo conto. Nessuno vuole mettervi fretta, lo ripeto.

Ma – ve l’ho detto – le parole sono importanti e che i bimbi siano scomparsi prima che dalle strade, dall’ordine del giorno nelle conferenze stampa, non rassicura nessuno.

In più – sembrerà ovvio, ma ve lo metto nero su bianco – tutti quei lavoratori che, a partire dal prossimo mese, diventeranno macchine da guerra dediti alla fatturazione compulsiva, sono anche i genitori di tutti quei bambini che rimarranno annoiati in casa.

E io non lo so davvero come poter risolvere questa incresciosa situazione. Sono solo una semplice apprendista io – lo sanno tutti. Oltre che mamma.

L’unica cosa che posso fare, dal canto mio, è cercare di fissare il punto fra le vostre priorità, ora che abbiamo ancora qualche giorno per organizzarci.

Ve lo ribadisco, dunque: dal 4 maggio noi genitori lavoratori – che in questo periodo abbiamo lottato allattando a webcam spenta, spostando manine dalle tastiere dei pc prima che fossero inviate irreparabili email, editando documenti nonostante le orecchie piene di grida, promettendo giochi e cartoni animati fra una riunione e l’altra – dal 4 maggio noi genitori lavoratori saremo spacciati.

Vi prego di tenere bene a mente queste indicazioni, lo ripeto, prima che succeda un disastro.

Prendetemi come stagista zero, insomma, per affrontare di petto la situazione – e tempestivamente, stavolta – evitando che il disagio dilaghi, si propaghi di casa in casa, di famiglia in famiglia, di ufficio in ufficio e il paese finisca nuovamente, in un attimo, nella merda.

Fiduciosa, attendo vostra prossima diretta Facebook con adeguate indicazioni.

 

Doduck

 

Ps. Mi auguro di non dover arrivare a scomodare lo spettinato Sergio.

 

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Ventiduesimo giorno di prigionia.

Stamattina Capo Ridens, con una email ricca di speranza, ci ha convocato per un aperitivo virtuale – tutta l’Azienda insieme – previsto per le 17.30 di oggi.

Ci ha mandato il link a cui connetterci e ci ha detto di presentarci tutti con un bicchiere in mano, che ci saremmo fatti coraggio e avremmo condiviso pensieri, paure e speranze, brindando a distanza.

E in effetti, alle 17.30 in punto, la sala riunioni virtuale ha preso ad animarsi. Tutte le caselline della visualizzazione a griglia si sono riempite delle solite facce note ma dimenticate da un po’.

C’erano le colleghe Satti e Capci con cui ero in call fino a dieci minuti prima ma c’erano anche i colleghi dell’ufficio a fianco. C’erano le ragazze del centralino, i tizi dell’amministrazione, quelli della comunicazione interna, quelli dei progetti speciali, c’era persino il portinaio. C’erano i responsabili di ciascuna area e tutti i sottoposti. E c’era Capo Ridens, ovviamente.

C’era anche parecchio frastuono, tutti quei microfoni accesi e un po’ di imbarazzo nel ritrovarsi tutti lì. C’era chi si è messo a fare qualche battuta, chi ha commentato che quasi ci trovava meglio ora, ora che ci vedeva in video, o che non ci vedeva da un po’, non so. Qualcuno ha provato a parlare della situazione italiana, o del bollettino delle 18 della protezione civile, molti hanno parlottato d’altro senza che comunque si capisse davvero qualcosa.

Sembrava esserci ilarità nell’aria, o forse tutti quei sorrisi messi lì davanti alla webcam erano solo la nostra personalissima mascherina utilizzata oggi per uscire dalle nostre tane e mostrarci in pubblico dopo la notizia del weekend di una cassa integrazione alle porte. 

Abbiamo atteso così almeno una decina di minuti, stringevamo in mano il nostro bicchiere e continuavamo con quel vociare di circostanza aspettando il momento in cui il Capo avrebbe preso la parola, messo fine a tutto il chiacchiericcio e fatto il punto sulla situazione, o raccontato possibili scenari futuri, o chiesto – effettivamente – a ciascuno di noi come stesse, o come stesse mandando avanti la propria vita da tre settimane a questa parte.

Poi, man mano, qualcuno ha iniziato a zittirsi. Chi ha staccato il microfono, chi semplicemente non ha trovato più nulla da raccontare, chi credeva fosse davvero arrivato il momento di lasciare che fossero altri a parlare.

E il Capo allora, beh, il Capo ha finalmente preso la parola, ha detto che questa cosa della videochiamata aziendale gli piaceva, che forse avremmo dovuto scattare qualche foto ricordo o urlare qualcosa tutti in coro, una cosa qualunque, così, per vedere l’effetto che fa. Libertà, che ne dite? Urliamo libertà! Anzi no, freedom! In inglese suona tutto meglio! Urliamo e brindiamo, ok? Che fa molto Azienda Ridens. Ci siete? Uffa, molti di voi non hanno urlato, vi ho visto qui sullo schermo! Va beh, non importa. Alla salute! E alla prossima videochiamata. Propongo di farne un’altra presto, ché è stato proprio divertente.

Così ci ha congedato e si è disconnesso.

E noi ci siamo ritrovati tutti lì, dal portinaio al responsabile di area, passando per i capi progetto e le centraliniste. Un po’ frastornati ma forti in quel sorriso indossato per l’occasione.

Che poi, sapete come si dice, chissà se proteggono davvero da qualcosa queste mascherine.

 

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Ventunesimo giorno di prigionia.

“Pronto, Doduck? Sono sconvolta.”

“Pronto, Satti? Dimmi. Che succede?”

“Come che succede, non hai ricevuto anche tu la chiamata di Capo Ridens stamattina?”

“Ah, già. Sulla cassa integrazione. L’ho ricevuta.”

“Beh? Non dici niente?”

“Che ti devo dire Satti, un po’ c’era da aspettarselo.”

“Mi sto sentendo male.”

“Eddai, comunque non siamo già in cassa integrazione, giusto? Dice che sta valutando per il prossimo mese…”

“Sto per avere un mancamento.”

“E poi magari sarà per poco, l’emergenza Coronavirus rientrerà e l’azienda ripartirà…”

“Muoio.”

“Noi continuiamo a lavorare e aspettiamo di vedere che succede, direi.”

“Oh Doduck, il tuo spirito è ammirevole. Sei solo un’apprendista e cerchi di dare coraggio a me che sono da anni a capo dell’ufficio.”

“Eh sì, in effetti…”

“Ti ringrazio, Doduck.”

“Poi magari sono anche un po’ ingenua, eh. Ci sta. È solo che penso…”

“È solo che penso davvero tu non abbia capito bene la questione…

“….?”

Come farò ad arrivare a fine mese senza il mio stipendio stellare?

“Ah.”

“Cioè, voglio dire, come farò a mantenere il mio tenore di vita o anche solo a comprare tutti quei prodotti bio vegani esclusivi, percependo soltanto l’80% del mega stipendio che percepisco al momento?”

“Mi spiace, Satti, in effetti sono problemi.”

“E come potrò continuare a foraggiare il mio psichiatra per tre volte a settimana? Non posso vivere senza il mio psichiatra!

“Vorrei tanto poterti aiutare.”

“E che ne sarà della mia gatta? Oddio, non dovrò mica iniziare a comprarle dei banali croccantini?”

“Povera, chissà il trauma.”

“E il corso di Yoga online? E il nuovo guardaroba ordinato su Zalando? Come può lo Stato non tenere conto di chi a fatica sta cercando di mantenere attiva l’economia del Paese pur rimanendo bloccata in casa!”

“Pura irriconoscenza.”

“In fondo i miei di questi giorni sono investimenti per la Patria. Ora dovrò interrompere tutto?”

“Non so, Satti,…”

“Certo che dovrò. Come credono si possa sopravvivere con uno stipendio mensile sotto ai tremila euro?? Con una paga da pezzenti!”

“Oh, Satti. Scusa se mi intrometto. Da apprendista…

“Eh.”

“Ma io con meno della metà di quella paga da pezzenti di solito ci sopravvivo e ci mantengo pure una figlia.”

“Ah.”

“Fanculo la gatta.”

 

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Settimo giorno di prigionia.

Non c’è quarantena che tenga: il lunedì è sempre lunedì.

Per l’occasione, stamattina, è tornato a farsi vivo Capo Ridens che – come i migliori condottieri – ha abbandonato la nave che stava affondando ed è sparito per una settimana dopo che l’Azienda Ridens ha ufficialmente chiuso i battenti e tutti noi mozzi ci siamo trovati a boccheggiare nell’aperto mare dello smart working.

Stamattina, dicevo, si è finalmente palesato. Incastrando me e le colleghe in una telefonata di due ore e undici minuti. Semplice telefonata, per fortuna. Niente video. Così mentre lui cercava di tirare le fila, di capire cosa avessimo fatto in questi giorni, cosa fosse rimasto di noi dopo il primo periodo di prigionia e come poter impostare il lavoro di qui in avanti, io preparavo biscotti al cioccolato.

Che vi devo dire, a ognuno il proprio training autogeno.

Ciotti, intanto, si occupava di far tornare all’originario stadio di caos l’appartamento che con tanto zelo, ieri, avevamo riordinato. Ogni tanto poi alleggeriva il lavoro di tutti con urla acute o gridolini striduli assolutamente intollerabili per orecchie umane tanto che, sul più bello, l’ho messa davanti ai cartoni animati. Maria Montessori non me ne vorrà. Facile fare l’educatrice eticamente corretta quando non ti trovi nel bel mezzo di una pandemia!

Sono arrivata al drastico rimedio perché Pilush era, nel frattempo, bloccato davanti al pc. Stamattina ha infatti incominciato un corso online della durata di otto ore al giorno per quindici giorni che gli darà un nuovo attestato che arricchirà il suo cv da libero professionista così che quando tutto questo finirà si ritroverà sul lastrico ma davvero competente.

Ha concluso questa prima sessione online del tutto sfatto e – alzandosi dalla scrivania – ha dunque supplicato che gli trovassi una buona scusa per uscire a prendere un po’ d’aria. Io temevo si trattasse di una scelta pericolosa ma, vista l’insistenza, l’ho riempito di spazzatura e spedito ai cassonetti.

Effettivamente la scelta si è poi rivelata molto pericolosa. Il ragazzo è infatti rientrato in casa, poco dopo, con la faccia smunta e in mano una multa pescata sul cofano della nostra macchina. Il motivo? Il mancato rinnovo del permesso parcheggio per residenti scaduto da 24 ore. L’autore? Un vigile poco carino oltre che del tutto incurante del pericolo. Come avremmo potuto – in questi giorni allo stremo delle forze e al limite della sopravvivenza – recarci in un ufficio pubblico per rinnovare un semplice tagliandino?

E lui stesso…che ci faceva lui – incosciente ausiliario del traffico – in giro per strada, per motivi palesemente non indispensabili? Sottovalutato eroe nazionale pronto a rischiare la vita pur di racimolare gli ultimi 30 euro? E Pilush? Stolto Pilush. C’era davvero tutto questo urgente bisogno di scendere?

Ti chiedo scusa, Presidente.

Perdonali, Peppe. Perché davvero non sanno quello che fanno.  

E comunque, dicevo, non c’è quarantena che tenga.

Il lunedì è sempre lunedì.

Una giornata di merda.

 

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Sesto giorno di prigionia.

Oggi, finalmente, io e Pilush lo abbiamo fatto.

Era da un po’ che cercavamo la giornata giusta, il momento ideale. Capirete, con la vita indaffarata di tutti i giorni, il lavoro, gli impegni, e la bimba in giro per casa,… prendersi un po’ di tempo per queste cose diventa sempre difficile.

Mica voglio dire che sia giusto così. Tutt’altro. Sarebbe cosa buona e giusta farlo spesso. Soprattutto di questi tempi. Magari non tutti i giorni, certo. Ma almeno – dai – una volta a settimana, giù di lì. Anche rapidamente, eh? Ne va del benessere di tutti.

Però spesso non si riesce. Lo so. Non si tratta di mancanza di voglia, davvero. È solo che non capita, o c’è altro da fare. Sì, insomma, passa in secondo piano. Succede così nella routine di tutti i giorni.

Beh, ecco. Poi, all’improvviso, tutti a casa. Stop. Fermi.

È così che finalmente siamo riusciti a farlo!

E dire che sui social già lo avevano previsto. Erano già partiti con le battute e i meme sul fatto che in questi giorni tutti non avremmo fatto altro. ‘Che sì, la prigionia è dura, e dobbiamo fare i conti con abitudini diverse, e ci vuole un attimo per settarsi, e organizzarsi. Ma poi l’italiano è un tipo prevedibile e prima o poi avrebbe capito come passare tutto questo tempo.

E infatti.

Abbiamo perso tempo per tutta la prima settimana di reclusione ma oggi, finalmente, aah!

E per tutto il giorno, eh? Ah, sì, sì, ormai che c’eravamo ce la siamo presa comoda. 

Figurarsi che siamo partiti stamattina dal bagno – che ha le superfici più ostili – e poi ci siamo spostati in camera da letto. E oggi pomeriggio, dopo che Ciotti si è addormentata, cucina e salotto!

Insomma: sulla cassettiera, dietro al divano, dentro alla libreria, addirittura sul frigorifero, sulla televisione! Oh. Tutti quegli angoli in cui uno di solito non arriva, noi oggi li abbiamo toccati. 

Io, davvero, non voglio sembrarvi esagerata, ma siamo arrivati fin dentro alla scarpiera!!

Ore e ore, complicità e sintonia perfetta, senza fermarci mai. Lui davanti, con straccio e olio di gomito. Dietro io, con secchio e mocio.

Mamma, che lavoro di fino!

E non potete capire la sensazione ora.

Dico ora che ci siamo riusciti.

Il piacere che si prova, ora, qui, seduta sul divano. Il pc sulle gambe e profumo di Lysoform ovunque.

Davvero la pace dei sensi!

 

tardi