La cosa

C’è una cosa, un’annosa questione, che da tempo divide i diversi uffici a piano terra dell’Azienda Ridens, con schiere di dipendenti fermi su ideologie contrapposte.

Ci sono alcuni per cui la cosa – questa cosa – è da ritenersi immorale. Un atteggiamento assolutamente sbagliato. Blasfemo, oserei dire. Questi guardano con circospezione il prossimo, e lo annusano talvolta, per capire se abbia l’aura del peccatore.

Ci sono altri per cui si tratterebbe di qualcosa – tutto sommato – non di fondamentale importanza. Eppure preferirebbero il fatto non si verificasse. Un po’ una questione di principio, mettiamola così.

Per alcuni la cosa è innominabile e il sol pensiero provoca, in questi, rossore.

Qualche collega sostiene di non averlo mai fatto, anzi, sarebbe pronto a giurarlo.

Altri ammettono che sia capitato. Raramente. Ma qualche volta sì.

Poi ci sono gli spioni, contrari o meno non importa. Il loro passatempo è capire se gli altri lo fanno. Sono capaci di appollaiarsi in qualche angolo e di rimanere lì a lungo, concentrati, aguzzando l’udito con la speranza di cogliere qualcuno in flagranza di reato.

Ci sono gli attenti, che non hanno bisogno di sforzarsi: quando qualcuno lo fa, se ne accorgono seduta stante.

Ci sono gli increduli, che ancora non si capacitano di come sia possibile riuscirci così, durante le otto ore di lavoro canoniche.

Ci sono i subdoli, che lo fanno ma poi sono bravissimi a nascondere le prove.

Ci sono estremisti che firmerebbero una petizione pur di proibire queste pratiche in luoghi affollati, e ci sono pessimisti che proverebbero anche, ma non credono di esserne in grado. Non qui. Non così.

Alcuni si chiedono se anche tra gli uffici del primo piano abbiano questo dilemma. Altri, per non si sa bene quale motivo, giurerebbero essere un problema esclusivamente nostro.

E infine ci sono gli schietti. Colleghi e colleghe che non solo adorano la cosa e sono fieri di riuscire nell’impresa (anche se in rapidità, stressati fra una riunione e l’altra), ma che soprattutto, un po’ per indole, un po’ per soddisfazione, un po’ per uno strano perverso divertimento, ci tengono proprio a rendere partecipe tutto l’ufficio, ogni volta che – nel bagno comune – finiscono di fare la cacca.

 

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Elenco dei principali motivi che mi portano a credere che la vita sia bellissima, ma non oggi e non qui.

Venerdì pomeriggio in un ufficio semideserto. Pilush partito da una settimana. Neve.  Unico mezzo di locomozione: bicicletta. Neve e temperature esterne sotto lo zero. Frigorifero vuoto. Nessuna voglia di andare a fare la spesa. Residenza e rispettivo seggio elettorale a 500km di distanza. Bustine di the terminate. Cioccolato in casa terminato. Tulipani secchi nel vaso. Lista di cose da fare in aumento. Libri universitari intonsi. Dolori premestruali. Nessuno con cui condividere un sushi all you can eat. Autobus affollati. Ore troppo lunghe. Giornate troppo corte. Molti nemici. Poco onore. Pigiama morbido tra la biancheria sporca. Puzza indicibile che sale dalla doccia. Pilush lontano per le prossime due settimane. Mancanza di aumenti considerevoli nello stipendio appena arrivato. Neve. Nessuno con cui guardare Netflix sul divano. Biscotti finiti. Prosciutto finito. Capelli da lavare. Alberi spogli. Instagram. Amiche troppo impegnate per vedersi. Gente antipatica troppo libera di farsi vedere. Sacchetti biodegradabili che si rompono. Insistenti sms da Vodafone. La brutta faccia del proprietario di casa. Piedi freddi. Trasferta lavorativa programmata fra 4 giorni. Pioggia. Bidone della spazzatura da svuotare. Neve. Nessuna offerta di lavoro alternativa. Salatissima bolletta del gas. Nessuna concreta possibilità di vincere alla lotteria. Ascensore bloccato. Nessuno che voglia più passare la serata a giocare a Monopoli. Pulizie di casa rimandate da settimane. Neve. Nessuna torta in forno. Cassiera lenta. Discorsi politici qualunquisti. Persone nervose. Un sacco di lavoro da fare. Nessuna ispirazione. Email in attesa di risposta. Un sacco di strada da percorrere. Corso formativo obbligatorio per apprendisti. Labbra screpolate. Nessuna pizza in congelatore. Nessun minestrone in offerta. Emil che continua a raccontare del suo dolore alla gamba. Satti che brucia incenso per purificare la nostra aura. Nessuno con cui guardare l’ultima puntata di MasterChef scaricata. Centralinisti saccenti. Estetiste irraggiungibili. Peli ingestibili. Toni di voce sgradevoli. Stagione estiva troppo lontana. Vacanze pasquali non previste. Nulla di bello da guardare stasera in tv. Maglione infeltrito. Pioggia. A corto di passatempi. A corto di idee. A corto di stimoli. A corto di gioia. A corto di carta igienica. E di deodorante ascellare al borotalco. Supermercato lontano. Supermercato molto caro. Pilush che rimanda ancora il suo ritorno. Cassa d’acqua trasportata a piedi. Nessuno con cui condividere un kebab. Foto sfocate. Sessione scaduta. Caldaia lenta. Notti brevi. Sonno arretrato. Noia. Accidia. Tedio. Ansia. Fame. Freddo. Pipì. Doppie punte. Ultimo feedback ricevuto dal capo: “Doduck, questo materiale fa schifo.”

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Riflessioni

Oggi a pranzo ho aperto una lattina di zuppa ai legumi. Brutta. La lattina intendo, e anche la zuppa che c’era dentro. È uscita dalla latta in modo compatto, nel suo colore marroncino, e con un sonoro plof. Mi trovavo in bagno, al momento dell’apertura, perché è nell’armadietto del bagno che teniamo i piatti puliti, qui, all’Azienda Ridens. E quell’accostamento di marrone-bagno-plof non è stato – come dire – dei migliori. Ecco. Poi ho raggiunto i colleghi, con il mio piatto di zuppa brutto e grumoso, nella sala che utilizziamo come mensa ma che mensa non è, e ho infilato quel piatto marroncino e compatto nel microonde sperando che lì si scompattasse. Il piatto è uscito dal forno più compatto e marroncino e grumoso di prima e ho mangiato quell’ammasso informe deglutendo a fatica di fronte allo sguardo compassionevole dei colleghi, sguardo che faceva capolino da dietro i loro panini ben farciti e attraverso le loro ciotole piene di leccornie. Quella zuppa di legumi marroncina e compatta mi ha fornito un mal di pancia intenso e persistente, come solo le zuppe scadenti di legumi comprate in latta al discount sono in grado di fare. E il mal di pancia dura da pranzo fino a ora che è sera. Ed è anche che se penso alla cena non trovo nulla di meglio da preparare, che io abbia in dispensa, rispetto alla zuppa marroncina e maleodorante di oggi. E allora il mal di pancia aumenta. E ho pensato che non è un caso che io mi sia ritrovata con questo piatto dal plof facile proprio oggi che è lunedì e che è febbraio, perché – senza nulla togliere agli Acquario, e neanche ai Pesci, per carità – sarete d’accordo con me che tutti i lunedì, e quelli di febbraio soprattutto, sono insopportabili, tediosi, uggiosi, interminabili, antipatici, brutti e cattivi. Sì, insomma, fanno cagare proprio. Plof.

CartaFRECCIA Young fino a 30 anni

Ehi! Un attimo!

Ma voi ve lo ricordate come avevo preso male, all’alba del mio 26esimo compleanno, la scoperta di non poter avere più neanche un centesimo di sconto dalla terribile Trenitalia?

No?

Andate a rileggere un po’ qui: Carta Freccia Young fino a 26 anni

E dire che già prima, con la malefica azienda accumula ritardi, non avevo un buonissimo rapporto. Cliccate qui per credere. Ma allo scoccare dei 26 anni era stato proprio un bruttissimo colpo, oltre che una delle cose che hanno contribuito a farmi sentire improvvisamente vecchia. (Le altre qui).

Ebbene.

È con enorme sorpresa e grandissimo piacere che vi comunico che Trenitalia ha appena annunciato di aver prorogato l’età utile a usufruire dei suoi sconti, dai 26 ai TRENT’ANNI.

4 bellissimi anni in più.

Una breve tratta per un trenino, una lunga tratta per l’umanità.

Grazie, Trenitalia. Grazie!

A nome mio, e di tutti gli altri stagisti fuori sede (sfigati sempre, ma oggi un po’ meno).

 

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scorte esaurite

Uscendo dall’ufficio sono andata al mercato.

mi mancavano cipolle, arance e un po’ di serenità:

– mi dispiace, l’abbiamo finita.

– avete finito la serenità?

– sì.

– di gioia ne avete?

– finita anche quella.

– ah. niente serenità e niente gioia.

– no, purtroppo.

– spensieratezza?

– certo, spensieratezza ce n’è. Quanta gliene metto?

– faccia un etto, anche due.

– non è più in offerta, però.

– ah, niente offerta.

– terminava ieri. che faccio, lascio?

– no, grazie. a quel prezzo non posso.

– a posto così, allora?

– un attimo, come farò per la cena?

– beh, signorina, non saprei.

– ha almeno un po’ di allegria che mi salvi la serata?

– impossibile, l’allegria va sempre a ruba durante le feste.

– ecco.

– non ne riconsegnano prima di carnevale.

– niente allegria.

– no.

– nè gioia, o spensieratezza.

– sono mortificato.

– zero serenità.

– gliel’ho detto.

– ok, mia dia quel cavolfiore.

 

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