Pubblicato in: Portfolio

Riflessioni di una mamma lavoratrice

Io sto benone, eh. Nulla di personale. Ma stavo ragionando su quanto rientrare a lavoro, con una bimba di 4 mesi a casa, non sia facile.

Prima di tutto bisogna risolvere dei problemi logistici. Anche se può non sembrare, la bimba è infatti a tutti gli effetti troppo piccola per essere autosufficiente, per stare a casa da sola e magari preparare il pranzo in attesa del ritorno di mamma. Ha purtroppo – ancora per qualche tempo, o almeno così mi dicono – bisogno di qualcuno che se ne prenda cura. H24.

Noi abbiamo ovviato a questo spiacevole inconveniente grazie alla presenza del papà. Non abbiamo infatti nonni vicini, e neanche zii, cugini, procugini, nipoti. Pilush però appartiene alla leggendaria categoria dei freelance, dei liberi professionisti, dei lavoratori autonomi indipendenti e felici e dunque, come il migliore dei compagni 2.0 – appena ho espresso il desiderio di tornare in ufficio – ha proposto: “nessun problema, starò io a casa con la bimba, la accudirò e nel frattempo continuerò a lavorare sodo!
Ovviamente Pilush non riesce a combinare nulla mentre fa il papà, ma tant’è.

Poi bisogna affrontare il senso di colpa: “Ma come, sei già rientrata a lavoro?” dicono tutti. “Ma come, così piccola e senza la sua mamma?” mi dico da sola. Poi penso anche che se fossi in Ciotti mi piacerebbe avere una mamma sana di mente, più che sempre presente. Una mamma intraprendete, realizzata e serena, più che costantemente addosso. E che – non da ultimo – mi piacerebbe anche passare del tempo da sola con il mio papà che sì, mi lancia in aria quando non me l’aspetto, mi veste in maniera improponibile, perde i miei peluche, ma è un tenerone e, soprattutto, è il mio papà. Perbacco. Mica resto con uno sconosciuto!

Poi bisogna resistere alla stanchezza. Che ok, va bene tutto, so a chi lasciare la bimba, so come organizzarmi, so anche come mettere a tacere il grillo parlante che mi ripete nel cervello che avrei potuto aspettare il compimento dei 7 anni e mezzo prima di abbandonarla a se stessa, insomma, sono pronta a tornare in ufficio ma, oddio, no, cos’è questo terribile suono? Già la sveglia?? Ma se solo dieci minuti fa sono riuscita a staccare Ciotti dal seno e a ritagliarmi lo spazio vitale per un sonnellino in questo campo di battaglia che un tempo era il mio letto!

E infine, come se i nemici delle mamme che decidono di fare questo importante passo non bastassero, bisogna combattere contro il terribile e temutissimo – antipatico, odioso, brutto e cattivo – TIRALATTE.

Il tiralatte l’ha inventato il demonio.

Si tratta di un macchinario dalle sembianze insignificanti ma tendenzialmente spiacevoli. Si può trovare da comprare a vari prezzi che vanno da 40 euro a un’ipoteca sulla casa, o lo si può affittare in farmacia, giornalmente, se si preferisce la modalità “comode rate”. È composto da una pratica ventosa in cui infilare il capezzolo per farselo strizzare fino all’osso e da un motorino il cui insopportabile rumore non ha nulla da invidiare al trapano del dentista, alle unghie sulla lavagna, all’ultima hit di Sfera Ebbasta.

Il tiralatte – come dice il nome (anch’esso brutto, ne converrete) – dovrebbe aiutare le giovani mamme a raccogliere il prezioso nettare dal proprio seno e – di rimando – concedere loro di allontanarsi per qualche istante (o per una mattinata di lavoro, ndr) dai propri pargoli, senza il peso insostenibile di averli lasciati irreparabilmente senza cibo.

Beh, credetemi: nell’avventura del rientro in ufficio, ma che dico, nella sfida del diventare mamma, non esiste altra fatica insostenibile quanto quella dell’odioso e intollerabile tiralatte.

E voi penserete che stia esagerando, che non possa trattarsi di un oggetto davvero così demoniaco, che la mia sia una percezione ingigantita e stravolta della realtà. Ma io vi dico che è realmente così, lo ribadisco e lo riscrivo.

E specifico che è solo un caso che io digiti questo post d’accusa mentre me ne sto in cucina, di domenica sera, con 30 gradi in casa e questo aggeggio attaccato da venti minuti a una tetta attualmente stitica, cercando di raggruppare ancora qualche goccia, in vista di una lunga settimana di lavoro.

È solo un caso, lo ripeto, che mi escano queste parole d’odio, proprio mentre – oltre a supplicare il dio del latte di far scendere qualche ml in più – sto cercando di tenere a bada il maledetto rumoroso motorino perché nel frattempo la bimba già dorme da un po’.

Ed è davvero solo un caso che io senta un rancore così profondo verso questo marchingegno proprio ora che sto realizzando che se Ciotti già dorme – mentre io allegramente temporeggio nella mungitura – vuol dire che si sveglierà inesorabilmente appena riuscirò ad appoggiare la testa al cuscino, bella riposata – lei – piena di energie, e sicuramente già affamata.

Sì insomma, nulla di personale, giuro. Sto benone!Latte

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Autore:

Stagista a tempo pieno. Giura che non se lo meritava.

32 pensieri riguardo “Riflessioni di una mamma lavoratrice

  1. Coraggio! Secondo me è una bella cosa che la bimba stia col babbo e se la gente non riesce a capirlo… beh, non è un vostro problema. ^^
    Ho avuto a che fare col tiralatte per interposta persona: una neomamma che era in ufficio con me ogni tot ore azionava quel motorino e il rumore era effettivamente infernale…

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  2. Solidarietà! Io me ne sto “comodamente” in maternità fino al settimo mese, perché anche noi siamo soli, il babbo lavora in una ditta piccina e figurati se può prendere il congedo, e i simpatici nidi figurati se fanno l’inserimento a giugno, quindi, gioco forza, fino a settembre a casa. Ma il nido mica apre il primo di settembre! Figurarsi, il nido apre verso il 13, e poi c’è almeno una settimana di inserimento, e no, i nonni (che, santi loro, prenderebbero una settimana di ferie e si sistemerebbero da me, per aiutarmi) non possono fare l’inserimento, perché ci vuole una figura genitoriale, e nel frattempo da lavoro, il mio capo, ma non è che potresti venire una decina di giorni a luglio? Ma almeno mi risparmierò il tiralatte, un abbraccio solidale!

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  3. Il tiralatte è IL MALE. A parte questo, hai tutta la mia comprensione avendo fatto un’esperienza non identica, ma analoga. Vai dritta per la tua strada, ed è vero che per Ciotti è meglio una mamma felice (e un papà consapevole) che il rispetto delle tradizioni (che è il momento di cambiare). Passerà, perchè tutto passa e perchè i bimbi piccoli cambiano abitudini frequentemente, abbi fede – anche se sembra impossibile

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  4. da uomo e babbo, anche se molti anni fa, hai tutta la mia comprensione ma se Pilush accudisce a Ciotti non è male, impara a fare il babbo. Per il resto non commento.
    Però ricordo quando nostra figlia era piccola diciamo come Ciotti mia moglie non lavorava e io uscivo alle sette per rientrare alle otto. Nonni e parentado, meglio così, lontani. Erano solo d’impiccio.
    Però mia moglie non aveva latte a sufficienza quindi doveva essere integrato. Nostra figlia era un orologio svizzero per il mangiare, Non ne saltava uno. Ogni sei ore esatte. dunque alle ventuno l’ultimo del giorno. Io a preparare il latte artificiale nella misura mancante quello naturale. Alle tre replica e alle sei alzata per andare al lavoro. Siamo sopravvissuti.

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  5. Anch’io per entrambi i miei bimbi sono rientrata a lavoro alla fine della maternità obbligatoria. Per la prima ci siamo alternati io e mio marito grazie al congedo parentale su base oraria e, ogni volta tirare il latte era una vera e propria battaglia. Tra le mille cose dovevo trovare il tempo anche per quello. A volte andava liscia altre volte invece devo la colpa alla posizione, al tempo, al tiralatte stesso ma tirare fuori qualche goccia era davvero un’impresa.

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